Diario ruvido - Il gruppo Wappone (inedito del 1998)

Il gruppo Wappone è una compagnia, una cerchia di amici. Necessaria precisazione: il gruppo Wappone non esiste in sé, non è un gruppo specifico, una particolare compagnia, ma un prototipo, una costante che, sotto diversi nomi, si riscontra in ogni città. Noi, per semplicità, lo chiameremo gruppo Wappone, ma, ripeto, ricordatevi che anche se si parlerà al singolare, stiamo delineando tutto l'insieme dei gruppi di questo genere che, lo scopriremo presto, presentano tutti gli stessi soggetti, gli stessi personaggi, le stesse caratteristiche in tutte le città. Basta quindi descrivere un esempio di questa categoria, un generico gruppo Wappone, per descriverli tutti.
Il gruppo Wappone non lo trovi dovunque, il gruppo Wappone devi cercarlo in un luogo specifico e, precisamente, nell'angolo della città. Ora sarà bene chiarire che cos'è l'angolo della città, siccome immagino che molti fra i lettori non sappiano di che cosa si tratti.
Recatevi nel centro storico della vostra città. Individuate le due vie più strette e buie del suddetto centro storico e prendetene nota. Queste due vie non saranno mai parallele, ma si incontreranno in un determinato punto. Arrivati nel punto d'incontro vi accorgerete che non c'è un incrocio perchè entrambe le vie terminano proprio lì e non proseguono. Questo è l'angolo della città: la strada, in questo luogo oscuro e angusto, forma un angolo la cui ampiezza è determinata dalle direzioni da cui provengono le due piccole viuzze. Raramente si tratterà di un angolo retto, spesso avrete a che fare con un angolo acuto, molto chiuso, di venti, trenta gradi circa. Studi portati avanti dall'Istituto di Ricerca sugli Angoli delle Città hanno rilevato che la chiusura di quest'angolo è inversamente proporzionale all'inquinamento della città. (Tale scoperta è stata poi approfondita dall'Istituto di Approfondimento dei Risultati dell'Istituto di Ricerca sugli Angoli delle Città che, con grande sorpresa, ha rilevato che la costante del prodotto tra angolo della città e indice di inquinamento è uguale alla distanza che separa il Vaticano dalle isole Trinidad e Tobago: per questo tale costante è stata chiamata “la Tobaga” da quei capoccioni dell'istituto. Per chi volesse approfondire tali argomenti e conoscere le mirabolanti scoperte generate dall'intuizione di calcolare in Kelvin il peso geopolitico degli Stati Uniti, consigliamo il libro “la scienza senza scopi” scritto da me). Allora, dicevo, giunti nell'angolo della città noterete che in mezzo alla strada deserta ci sono tre cassonetti dell'immondizia. Ecco: se andate a cercare lì dietro, tra i cassonetti e il muro rovinato di una vecchia casa, troverete proprio loro, i componeti del gruppo Wappone. Ah, solo un ultima cosa: non andateci alle tre del pomeriggio: a quell'ora ci troverete soltanto topi, pipistrelli diurni, sanguisughe e martore. Il gruppo Wappone lo potrete trovare dal tramonto in poi...
Dopo questa lunga divagazione sul luogo in cui si ritrova il gruppo Wappone, passiamo all'esaminare i personaggi che ne fanno parte...
Il tipo con la cresta è solitamente chiamato Rasoio. Se chiamandolo Rasoio non si volta, vuol dire allora che il suo soprannome è Sciabola, Spillo, Lama, Forbice, Ortica, Ape o Punta-Del-Goniometro: qualsiasi cosa, insomma, che sia dotata della capacità di pungere, di tagliare. Per noi sarà Rasoio. La sua cresta è davvero particolare: Rasoio possiede una sola fila di capelli, proprio in mezzo alla nuca, un solo capello dietro l'altro: è impossibile che ve ne siano due affiancati. Ognuno di questi capelli è lungo sette metri. Rasoio non usa il gel e non si rasa il resto della nuca: è nato così, con quella fila di capelli dritti o, almeno, nessuno è in grado di ricordare che in un periodo lontano fosse mai stato diverso. Si narra che quella sua cresta tagliente abbia evitato ai dottori di applicare il taglio cesario alla madre. E' stato lui che, stufo di starsene nel grembo materno, ha utilizzato quella sua capigliatura micidiale per fare il taglio nella pancia da cui poi è uscito. Ma queste, si sa, sono solo leggende. Un altro di tali racconti che, come tutti i miti di questo genere, contiene sicuramente qualche elemento di verità, narra che la madre, preoccupata di tutto il gel che il figlio avrebbe comprato una volta cresciuto e tormentata dal pensiero di ritrovarsi presto senza più un soldo in tasca, avesse fatto più o meno ciò che venne fatto ad Achille. Ricordate che l'eroe greco venne immerso in un acqua particolare che lo rese quasi interamente invincibile? Be', si dice che la madre di Rasoio, quando questo era ancora un fanciullo, l'abbia tenuto per un tallone e immerso in una vasca di gel. Da quel giorno Rasoio non ebbe più bisogno di comprare il gel per far stare dritti i suoi capelli che, tanto, stavano dritti da soli e così sarebbero rimasti per sempre. Il problema, da quanto si racconta, fu che appunto Rasoio venne immerso per intero, nel gel, tutto tranne il tallone, e così si spiega la sua fissità. Dovete sapere, infatti, che Rasoio è terribilmente duro. E' dotato della stessa flessibilità di un lampione, tanto che un giorno un gruppo di pinguini allo zoo lo prese in giro per la sua rigidità. I suoi movimenti sono essenziali: gamba destra in avanti, gamba destra indietro, gamba sinistra in avanti, gamba sinistra indietro, braccio destro su, braccio destro giù, braccio sinistro su, braccio sinistro giù, pene su, pene giù. Basta. Quando gioca a calcio col gruppo fa il palo o, se i pali esistono già, lo si mette orizzontale su di essi e fa la traversa. In compenso sa ruotare il tallone che è una meraviglia. Non lo si è mai visto sudare, mai con il fiatone, se gli andasse a fuoco la casa verrebbe giù dalle scale con le mani in tasca, e, arrivato fuori, si girerebbe di 180 gradi ruotando sul tallone del piede e guarderebbe il fuoco. Una volta, infatti, gli andò a fuoco la casa, lui venne giù dalle scale con le mani in tasca e, arrivato fuori, si girò di 180 gradi ruotando sul tallone del piede e guardò il fuoco. Le mani sono sempre in tasca, le tira fuori solamente nei momenti indispensabili: accendersi una paglia, darsi una spinta per sedersi su un muretto, fare il segno fascista (una volta all'anno, il 23 settembre, anniversario della fondazione della Repubblica Sociale Italiana, rivolto verso Salò, alle 12 in punto), tastarsi un po' la propria cresta per sentirne la durezza (gesto che gli dà molto piacere), seghe. Basta. Nessuno sa come cavolo faccia a vestirsi e a fare altre cose, ma è lui stesso a dire che anche quando va a letto con una tipa si tiene le mani in tasca. La tipa di solito conferma , faticando a nascondere un'espressione di chiara infelicità. Abbiamo accennato al muretto. Sì, perchè Rasoio è sempre seduto su un muretto. Possiede una specie di radar interno per i muretti. Anche dove non ti aspetteresti mai che ci fosse un muretto, ti volti e lo vedi seduto, polleggiato sul suo muretto. Una volta il gruppo Wappone era andato in spiaggia e, prima ancora che venissero piantati gli ombrelloni, lui era lì, sopra un muretto che veniva su dalla sabbia. Mentre gli altri si tuffavano in acqua, lo videro già al largo, molto oltre le boe dell'acqua profonda, che se ne stava su un muretto che non si capiva come cavolo facesse a galleggiare. Il muretto, però, galleggiava e Rasoio se ne stava lì, con le mani in tasca, a farsi trasportare dalle onde. Rasoio ha sempre dei vestiti scuri, porta dei pantaloni aderenti fatti con la plastica nera dei sacchi per l'immondizia, una maglietta bianca a maniche corte su cui mette un giubbotto di pelle nero, con uno stemma sulla schiena, solitamente un sepente metallaro che sputa acidi in faccia a un drago drogato. Rasoio è vestito sempre così, in ogni condizione climatica. Una volta che i nostri Wapponi erano andati in montagna a sciare, c'era un freddo terribile e tutti quanti erano imbacuccati nei loro giacconi, nelle cuffie e nei diversi strati di maglioni. Rasoio invece era lì, con la sua maglietta bianca, il giubbotto e i pantaloni di plastica nera: veniva giù da un pendio seduto su un muretto che scivolava lungo la neve. Il volto di Rasoio è sempre serissimo, o meglio, tiene una specie di broncio neutro inespressivo che se muta un po' lo fa giusto in qualche impercettibile particolare, come l'estremità esterna del sopracciglio destro che si inclina un po' e una lievissima contrazione della narice sinistra. Assume volto altero, dignitoso, nobile e rispettabile solo alle 12 in punto di ogni 23 setembre. Il tono di voce è bassissimo, scuro, Rasoio parla senza muovere le labbra, tenendo la bocca socchiusa. Non dice mai frasi composte da più di cinque parole. La frase più lunga che gli si sia mai sentita pronunciare è la seguente: - Posso dire anche sei parole insieme-. Poi tacque.
Veniamo a Ferro. Altre volte è detto Ruggine, Metallo, Catena, Ferramenta, Tintinnio, Amianto o JK, KJ, KK, JJ, WJ, JW, WK, KW, WW, o altre orribili sigle del genere. Insomma, tutto ciò che ha a che fare con i metalli e ciò che li circonda (capirete presto il perchè), o una qualsiasi combinazione tra due delle lettere inutili dell'alfabeto. Ferro è detto così perchè ridonda di elementi ferrosi. Ha cominciato da piccolino a ficcarsi gli spilli nei lobi delle orecchie e a tenerseli lì. Narra la leggenda che, uscito dalla pancia della madre, tesesse il cordone ombelicale a mo' di catena che gli usciva dai pantaloni. La cosa strana, in questa leggenda, sono i pantaloni. Be', dopo gli spilli, che gli provocavano piccoli forellini nelle tenere orecchiette, cominciò a infilarsi oggetti del diametro sempre più grande. All'età di quindici anni girava già con i cerchioni delle automobili nei lobi delle orecchie. Arrivato a venti vanta due bellissime balle di fieno, tutte laccate in piombo, mentre le orecchie strusciano per terra. Il principale nemico di Ferro sono i capelli che crescono. Ferro è sempre rasato a zero, ogni giorno si passa la mano sul capo e si rattrista sentendo un po' di ruvido. Lui vuole essere liscio, lì sopra, liscio come la vodka, ama ripetere agli amici, ma questo, diciamocelo, è un paragone-battuta che fa veramente schifo. La notte, a volte, sogna della vodka, dentro un bicchiere, alla quale crescono i capelli: urla, si sveglia, e s'accorge che stanno sudando sia lui che le balle di fieno ricoperte di piombo. Ha provato di tutto: il rasoio elettrico lascia la rasatura ancora troppo imperfetta. Il rasoio manuale non è in grado neanche lui di tirar via le ultime frazioni di millimetro di capello. Ferro, allora, può optare per una soluzione drastica: si fa applicare una placca di metallo sul cranio, in modo tale da avere la testa più liscia che si possa desiderare. E' così piacevole, per lui, scorrere le dita su quella gelida lastra senza imperfezioni: quando lo fa socchiude un po' gli occhi e pensa a tante sferette di vetro che rotolano sul pack polare... stupendo! Ferro ha anche un piercing sul labbro inferiore e uno sul labbro superiore. Stufo di sentirli tintinnare tra loro ad ogni sua parola può optare per due soluzioni: non parlare più o farsi fare un unico piercing che tenga attaccati labbro superiore e inferiore, e non due separati. L'anella congiunta che tiene insieme le due labbra è una finezza di piacevolissimo gusto. I primi tempi è difficile parlare così, ma Ferro si è allenato ad aprire e chiudere i due lati della bocca, avendo il centro serrato... i risultati sono ottimi. Dopo un po' di allenamento si è in grado di differenziare i canali fonatori del lato destro e sinistro, fino a parlare in due maniere distinte e separate con la parte a destra del piercing e quella a sinistra. Ferro trova molto piacevole, dunque, parlare con sé stesso, si diverte a discutere sovrapponendo le voci che provengono dai lati opposti della bocca. Perchè discute con sé stesso vi chiedete voi? Perchè quando discute con gli altri il Ferro della situazione non si rivela certo una persona dialetticamente valida... Ferro saltava la scuola già alle elementari: gli piaceva andare a farsi fare dei piercing o dei tatuaggi. Quando finì la superficie cutanea disponibile, saltò la scuola per andare a lavorare da un meccanico per far su i soldi al fine di comprare un altro po' di pelle. Giunse a potersi comprare un bel lenzuolo di superficie cutanea della grandezza di due metri quadrati. La mattina Ferro arrotolava il suo bel panno di pelle, se lo metteva nello zainetto e andava dal tatuatore a farci fare sopra dei tatuaggi bellissimi o per applicarci qualche orecchino. Quando anche su quella pelle non ci fu più spazio, la piegò e la ripose in un cassetto. Ancora oggi gli piace, ogni tanto, tirarla fuori e guardare quanto è bella, così addobbata. Fatto sta che Ferro è uno che si disinteressa un po' di tutto, tanto che ogni discorso sembra infastidirlo. Ferro limita le conversazioni ad un esiguo campo di frasi comuni che possiamo riassumere nelle seguenti: 1) Prorprio l'altro giorno 2) Che tette... 3) Me ne frego 4) Ma cosa vuoi sapere tu 5) Ma cosa te ne frega 6) Io invece 7) Sentite questa 8) Taci, che ti meno 9) Ho ragione io 10) Cosa ho fatto?. Basta. La totalità del suo vocabolario consiste in queste dieci frasi. Certo, può combinarle tra loro: una sua uscita tipica, mentre si parla di uno degli argomenti di cui è totalmente disinteressato è la seguente (4+8): “Ma cosa vuoi sapere tu? Taci che ti meno!”. Oppure (5+6+3): “Ma cosa te ne frega? Io invece me ne frego”. Capita poi che voglia essere lui a dare il via a una discussione: allora gli brillano gli occhi, guarda tutti con fierezza, gesticola, si alza, si eccita, mentre dice (7+1+9): “Sentite questa: proprio l'altro giorno...(silenzio, Ferro si guarda un po' intorno, si fa molto più incerto e poi...)... ho ragione io”. Ferro si torna a sedere, si incupisce, controlla che tutti abbiano capito e si mette a braccia conserte, serio e imperioso. La frase due si presenta solitaria: così, senza un vero motivo viene fuori e rompe il silenzio o le discussioni già in atto... “Che tette...”. Questa frase non si riferisce alle doti fisiche di una qualche persona presente, ma pare più essere un indefinito ricordo di Ferro che ogni tanto gli torna alla mente, ricordo che egli sembra in un costante desiderio di voler riferire agli altri, come per vantarsi di chissà che cosa. Forse Ferro non se ne rende neanche conto, quando dice queste parole, però le dice: certe volte va da una persona in particolare, la picchietta sulla spalla, quella interrompe le sue attività e Ferro le sussurra nell'orecchio “Che tette...”, poi se ne va. E' una frase che sbuca dal nulla e che termina nel nulla, nasce e muore nell'insensatezza generale, “Che tette...”, be'? E allora? Chi? Che tette, punto, tutto qui, e Ferro fa come se niente fosse accaduto. La frase dieci, infine, è la risposta a tutte le domande ed è inoltre l'unica che viene pronunciata con un tono di voce differente dal timbro apatico-inerme delle altre nove. “Cosa ho fatto?”... c'è irritazione, difesa, sdegno, un cascare dalle nuvole, un vittimismo accusatorio. Ferro non ha fatto mai nulla, non è mai colpa sua, dal suo modo di vedere, ma “Cosa ho fatto” è la risposta meccanica ad ogni domanda, quindi: “Ferro, esci questa sera?” “Cosa ho fatto?”, ma anche (e qui gli amici fanno apposta a chiederglielo) “Ferro, io cosa ho fatto?” “Cosa ho fatto?” oppure “Ferro, se dici cosa ho fatto vuol dire che sei stato tu... sei stato tu?” “Cosa ho fatto?”.
Il più grosso di tutti, e vedo bene che già lo distinguete nella congrega del gruppo Wappone, è Bonza. Bonza possiede un'infinità di soprannomi: Gumma, Mommo, Sbongo, Bumbo, Cronzo, Mungo, Sambo, o, più semplicemente, Lardo, Grasso, Brodo, Budello, eccetera. Insomma, qualsiasi parola che possa esprimere rotondità o pienezza. Bonza è nato ciccione e morirà ciccione. E pur essendo tale, Bonza è sempre a dieta e patisce la fame ogni giorno. Non so se ci avete mai fatto caso, ma riflettendo su questa frase scoprirete che è così. E' brutto dirlo, ma è vero. Già da bambino Bonza perde tutta la propria identità a discapito della sua pancia. Se ci pensate, a un tipo molto magro sarà detto spesso che è molto magro, ma contemporaneamente gli saranno attribuite altre qualità. Uno con un enorme bubbone sul naso sarà spesso malvisto per quella sua caratteristica che lo imbruttisce, ma parlando di lui si potrà dire “quello è un tipo intelligente” oppure “si tratta di un tipo meschino” o anche “è uno spione” e poi, certamente, “quello ha un bubbone sul naso”. Per i ciccioni non è così: l'unica vera loro caratteristica e identità è data dal grasso: così, parlando di lui, si dirà “è uno molto grasso” e solo dopo si aggiungerà che è antipatico, simpatico e via dicendo. Insomma: un ciccione è un ciccione, mentre quel tipo magrissimo è uno ricco e quel tale dalle enormi orecchie a sventola è un professore. Un ciccione come Bonza, uno che è nato ciccione e morirà ciccione, le prova tutte per liberarsi del suo grasso: accorgendosi molto presto che fare la dieta non serve, comincia a praticare diversi sport. Bonza si era iscritto a una società di atletica che lo testò in varie discipline: corse i cento metri in tredici minuti e venticinque secondi e già a metà percorso sudava così tanto che l'allenatore che passeggiava accanto a lui gli posò una mano sulla spalla per suggerirgli di smettere, ma se la imbrattò talmente tanto di quel sudore denso e appiccicoso che corse subito a lavarsela, spaventato. Di cosa fosse fatto quel sudore nessuno lo sa, fatto sta che i timori erano fondati e la mano dell'allenatore rimase impregnata di quel liquido viscoso in eterno, tanto che sua moglie lo lasciò disgustata. Regola numero uno: non toccare mai Bonza quando suda. Egli tentò poi il salto in alto, ma ancora adesso ricorda i tentativi da parte dei preparatori atletici di infilargli sotto un foglio di carta durante le sue massime elevazioni: non vi riuscirono mai. Il vero fallimento, però, fu il nuoto. Non che egli nuotasse male, tutt'altro: in acqua Bonza si scatena e ci si stupisce nel vederlo andare così forte. Ma quando, soddisfatto, uscì dalla vasca, vide che i nuotatori che stavano ancora in piscina erano rimasti come invischiati in quella che un tempo era acqua e che adesso si presentava come una specie di budino trasparente. Il sudore. Tutti i nuotatori vennero estratti con grandi difficoltà e ognuno di essi, ormai segnato a vita, pronunciò, prima o poi, la frase “uccidetemi, ve ne prego” o qualcosa del genere. Bonza allora comincia a capire che resterà così per sempre e almeno una volta nella vita articola la fatidica frase “dopotutto mi trovo bene col mio grasso”. Solitamente ne segue un silenzio surreale tra i presenti, un silenzio tremendo impossibile da smorzare e Bonza si accorge di averla detta davvero grossa, ma ormai è troppo tardi e nessuno, per tutta la serata, parlerà più. Vi siete mai chiesti perchè due ciccioni Bonza (quelli che nascono ciccioni e muoiono ciccioni) quando si incontrano si tirano un attimo in disparte e ridacchiano? Qualche scienziato di quelli che si discostano dalle accademie tradizionali sostiene che non si tratti di risate, ma di sussulti dell'anima, dovuti al troppo intenso campo gravitazionale che si viene a creare tra i due. Oppure, semplicemente, un ciccione Bonza più un ciccione Bonza fa una risata, proprio come due più due fa quattro e questa è la spiegazione che ne dà la scienza convenzionale. Ritornando a Bonza si può notare molto bene come vada pazzo per la birra. Bonza tiene sempre le grosse braccia rasenti ai fianchi e c'è un motivo ben preciso per spiegare ciò: sotto ogni ascella custodisce infatti un boccale da un litro di birra, in modo tale da averne sempre un po' di scorta. Già alle elementari, quando la maestra faceva l'appello e i bambini alzavano la mano sentendo chiamare il proprio nome, tutti i suoi compagni di classe si chiedevano perchè mai Bonza, subito dopo essere stato chiamato, piangeva come un aquila, indicava il pavimento e faceva notare come sotto di lui ci fossero un liquido giallo e tanti frammenti di vetro. La spiegazione della maestra (che era al corrente dell'alcolismo di Bonza, ma che ai bambini doveva dire un'altra cosa) fu che per l'emozione Bonza si faceva la pipì addosso ogni volta che veniva chiamato da lei. Il mistero, in questa storia, erano i frammenti di vetro. Bonza suda birra e quando vuole farsene una alla spina, non deve far altro che spremere i peli delle sue ascelle. Ecco perchè tiene i boccali lì sotto, perchè intanto si riempiono. Regola numero due: se Bonza ti offre della birra tu non accettare. Bonza ha un naso piccolino che spesso scompare sommerso dalle guance, mentre i suoi capelli sono sempre arruffati. I suoi amici lo sanno bene che lo fa apposta: la mattina si sveglia pettinatissimo, ma, con un broncio annoiato, va a specchiarsi e se li arruffa per bene. Un'abitudine tipica di Bonza è ruttare: egli emette ogni quarto d'ora un rutto ancora accettabile, un po' timido e contenuto, ma allo scoccare di ogni ora dirompe in un rutto tonico, sciolto, potente, tonante, galoppante che dura per dieci secondi e si spegne sfumando nel silenzio. E' preciso, sempre puntuale. Se un orologio non è in punto basta attendere il prossimo rutto di Bonza per metterlo a posto. Bonza non ne ha la necessità, ma si tratta di una specie di rito. Una volta era morta una vecchia zia di Bonza e tutta la famiglia andò al funerale. I rutti del “quarto d'ora” si riuscirono a coprire, ma alle undici in punto partì un tale fragore che tutti i parenti si misero a ridere e, per un momento, ci si dimenticò del funerale, della zia, dell'eredità che non era arrivata, di tutti i mali del mondo. Una volta che Bonza ebbe finito di far ciò partì un lungo applauso da tutta la chiesa, la zia gridò “e io?”, tutti si alzarono e, con quella rinata voglia di vivere, uscirono dalla chiesa andando a godersi tutti quei piaceri che fino ad allora si erano preclusi. Il mistero, in questa storia, è la zia che grida “e io?”. Bonza, oltre a questa dei rutti ha un'altra abitudine tutta sua, tutta particolare... non si lava e sperimenta gli effetti di questo suo vizio. Lui è grezzo, vuole essere tale al massimo grado, a tutti gli effetti, e allora ritiene da signorine anche il lavarsi. E in fondo gli piacciono, quegli odori che emana dopo qualche giorno: sta bene, lì, nella sua sporcizia, e si è segnato tutta una lista in cui ha annotato di che fragranza sa il suo corpo man mano che non lo lava: 1° GIORNO: uomo; 2° GIORNO : uomo sudato; 3° GIORNO: lambrusco; 4° GIORNO: pellicola di muffa formatasi su un formaggio francese; 5° GiORNO: benzina; 6° GIORNO: alcool etilico; 7° GIORNO: urina; 8° GIORNO: alghe che per una settimana sono state avvolte attorno a un pesce morto; 9° GIORNO: carcassa di iena, morta per indigestione di mosche giganti rotolatesi per un giorno intero in escrementi di topi vissuti una vita nelle fogne; 10° GIORNO: pane appena sfornato. All'alba dell'undicesimo giorno Bonza si lava perhè gli si è formata intorno una pellicola di colla che ad aspettare un altro po' non viene più via. Regola numero tre: se aleggia una dolce fragranza di pane, ma non ci sono fornai nelle vicinanze smetti di sorridere spensierato e comincia a preoccuparti. Bonza ha una voce che, al contrario della sua corporatura, è sottile, stridula, quasi da ragazza. In ogni sua frase vi è una percentuale di parolacce, stupidaggini, futilità così grande che di vere parole essenziali in tali discorsi ne compare una ogni 342 (in media) superflue. Egli non parla per concetti, ma per intercalare, per dialettismi, versi e onomatopee. Quando allora gli si sente dire un “io”, un “vedi”, un “e”, si può andare da un'altra parte per dieci minuti buoni, si può andare a prendere un caffè, si può cominciare un discorso con un'altra persona, si può andare in bagno che, tanto, la parola utile successiva comparirà, appunto, almeno dieci minuti dopo. Un discorso di Bonza dura dalle cinque alle otto ore ed è interrotto dai rutti, i quali, mentre parla, vengono ad essere molto più frequenti, fino a divenire quasi i rutti stessi elementi di connessione tra le parole. Non è un piacere ascoltarlo e si cerca di non farlo parlare.
Jack è il più scontato di tutti. Non si chiama Jack, Jack è un soprannome. Di solito si chiama Mario, Tommaso, Luca o Stefano, ma i suoi soprannomi sono Max, Joe, Billy, John o Nick. Jack fa il trasandato ma non lo è come Rasoio o Ferro, lui lo fa soltanto. Porta pantaloni così strappati che certe volte arriva con un filo nero attorno alla vita da cui ne partono altri due, uno per gamba, che arrivano alle scarpe. Erano i pantaloni. Jack deve necessariamente atteggiarsi in tutto, deve, insomma, fare il bullo. E così quando ci si siede su una panchina lui non si siede normalmente, ma deve assolutamente sedersi sulla parte verticale che servirebbe ad appoggiare la schiena, collocando i piedi lì dove ogni persona normale e furba si siederebbe. Insomma, è da fessi far così, voglio dire: hai il sedere appoggiato su uno spazio strettissimo che lacera il fondoschiena e non puoi nemmeno appoggiarti allo schienale perchè, cavolo, sullo schienale ti ci sei seduto. Ma lui pare orgoglioso della sua scelta e, quel che è peggio, tutti lo imitano, tanto che l'unico che si è seduto in maniera intelligente fa la figura del beota, lui che è là sotto mentre tutti parlano fra loro ad un piano sopraelevato. Ormai però è troppo tardi per cambiare posizione e il poveraccio della situzione è costretto a starsene isolato e tagliato fuori, sperando che si vada via il prima possibile da quella maledetta panchina. E Jack, non contento, si atteggia tutte le volte che deve sedersi da qualche parte, cosicchè gira di 180 gradi le sedie comuni fino ad avere lo schienale davanti a sé e se ne sta così, come fosse in una posa da coniglietta anni trenta. Il problema è che, abituato a fare così, non fa eccezione nemmeno per il water, tanto che per fare i suoi bisogni ci si siede sopra all'incontrario, standosene rivolto al muro con la faccia quasi contro al copri-water. Una volta si dimenticò di chiudersi dentro a chiave tanto che sua madre entrò e lo vide così disposto: lo guardò con l'espressione di una che vede un ippopotamo camminare retto sulle zampe posteriori e richiuse la porta. Da allora quando lo vede andare in bagno tira fuori il rosario e prega finchè non esce. Jack è viziato, questo lo si sa: ha incominciato ad esserlo già da piccolissimo. Per non fargli mancare niente la madre si fece fare un'operazione al seno di modo che se il suo fanciullo poppava dalla mammella sinistra usciva il latte, mentre se optava per quella destra uscivano Korn-Flakes: “gli è piaciuta la colazione al mio piccolo?” diceva poi, facendo smorfie da vecchia. Così il ragazzo è cresciuto con la convinzione di essere il migliore al mondo e di dire sempre le cose più acute di tutti. Gli altri hanno da tempo intuito i suoi convincimenti e allora hanno smesso di ascoltare ciò che dice, perlomeno non ascoltano mai una sua frase per intero: si tappano le orecchie, urlano e saltano, stando ben attenti a non lasciar trasparire il fatto che non stanno ascoltando. Sì, Jack ama considerarsi il più intelligente del gruppo, quello in grado di fare i pensieri più profondi. Un giorno, infatti, ha esplicitamente detto: “Io mi considero il più intelligente del gruppo, quello in grado di fare i pensieri più...” nessuno lo sentì più. Le urla coprivano tutto. Jack ha una strana malattia, quella delle gambe aperte: tutte le volte che si siede, come per atteggiarsi, divarica le gambe in maniera spropositata. E' come se nelle ginocchia vi fossero due magneti dello stesso polo. Si respingono, si cacciano lontane e Jack occupa lo spazio di tre persone. Una volta, sulle montagne russe, si trovava compresso da sconosciuti che stavano sulla sua stessa carrozza. Non poteva aprire le gambe. Cominciò a sudare e vibrare tutto. Sulla prima salita era già rovente e le due persone ai lati credettero che fosse teso per quell'attrazione. Nella discesa, mentre tutti urlavano e alzavano le braccia, lui iniziò a riempirsi di bubboni, gli usciva sangue dai pori e cominciò a tremare così forte che ballava tutta la carrozza. I due ai suoi lati si spaventarono, pensarono che le montagne russe gli facessero troppa paura e che da un momento all'altro gli sarebbe venuto un attacco di cuore. Ma dalle ginocchia di Jack si cominciò a sentire una specie di conto alla rovescia: erano le sue stesse giunture che parlavano stridule: “Tre, due, uno...” allo zero le gambe finalmente si aprirono in un colpo solo, in uno scatto secco e violento che distrusse l'intera carrozza. I due compagni di viaggio furono scaraventati giù dalle montagne russe e venne fermato tutto quanto. Jack si atteggia anche quando cammina. Ballonzola su e giù, tenendosi i pollici nelle tasche (a meno che non abbia i pantaloni-filo) e fa venire il mal di mare. C'era un bimbo che giocando a calcio si era sbucciato un ginocchio al campetto e Jack, conoscendolo, se lo prese in spalla per riportarlo a casa: il bambino arrivò viola, vomitò anche la sbucciatura e non si riprese mai più. “Io cammino così perchè...” nessuno ha mai sentito come si conclude questa frase. E' difficile parlare con una persona che si crede superiore, non puoi mai intuire come abbia concluso il suo discorso. Ci si chiudono le orecchie e si aspetta che la sua bocca non si muova più. A volte, la sera, Jack è triste e parla da solo. Come per compensare la violenza subita si dice solo i finali delle frasi: “...terra”, afferma, “...ragione”, risponde, “...consorzi”, ribadisce, “...demoni”, rincalza, “...coniglio senza scopo”, conclude, sentendosi soddisfatto. In fondo si è abituato lui stesso a parlare senza poter concludere i suoi discorsi e, sicuramente, se un giorno non venisse interrotto e tutti fossero pronti ad ascoltarlo, lui si sentirebbe in difficoltà e chiuderebbe così la sua frase, nel silenzio, senza continuare.
C'è infine Vaiolo. A volte sarà saprannominato Malaria, altre volte Emicrania, Laringite o Epatite, tutti nomi, in ogni caso, di malattie. Vaiolo se ne sta sempre nel posto più oscuro e più in ombra di tutti. Anche dove non ti aspetteresti mai di trovar delle tenebre, lui è lì, a celarsi nella penombra. Un giorno i Wapponi erano andati al mare, si erano recati su di una spiaggia deserta. Non c'era un albero, un ombrellone, niente, solo un sole cocente per chilometri e chilometri. E Vaiolo era lì, nella penombra, quasi al buio, e mai si capì che cosa cavolo gli facesse ombra in quella landa di sole. Vaiolo è magrissimo. Quando è nato non ci si era nemmeno accorti che era uscito e il dottore era ancora lì, ad aspettare che venisse fuori, mentre la madre spingeva e Vaiolo, sottile sottile, se ne stava sdraiato sul pavimento a braccia conserte. Vaiolo è anche molto alto ed ha una fronte lunghissima. Mastica continuamente chewing-gum ed è sempre cupo e minaccioso. Se non vi sono chewing-gum a disposizione lui si tiene quello che ha in bocca, non importa da quanto tempo lo mastica, lui non può rimanere senza: quando ne cambia uno vecchio c'è una rapida staffetta che non lo lascia un solo secondo senza niente in bocca. Vaiolo mastica lento, ma con costanza, il suo viso allungato si allunga ancor di più ad ogni nuovo morso, nessuno biascica bene come lui. Un giorno che si era andati in un campeggio sui monti non potè cambiare chewing-gum per una settimana intera. E lui, per una settimana, masticò sempre quello. Quando alla fine lo cambiò si notò come quello vecchio fosse diventato più duro di un sasso, si fece un esperimento e fu grande lo stupore nel constatare che tagliava i diamanti. Vaiolo mastica anche nel sonno ed ha sempre le braccia conserte. Sembra quasi un morto, tenendo le braccia così, ma lui non si scompone. E' anche in grado di nuotare, dritto a quel modo, e tutti si chiedono come cavolo faccia. E' sempre elegantissimo, vestito di nero, porta sempre giacca e cravatta ed ha una barbetta a cui ha fatto un nodo identico a quello della propria cravattina. Vaiolo è nato elegante e morirà elegante. Gli dà la nausea il pensiero che quando morirà qualcuno lo svestirà per mettergli il vestito da morto. Non vuole, proprio no. E allora si veste ogni giorno come già pronto per la bara, se muore non avrà bisogno di essere svestito, avendo già addosso l'abito per la tomba. Ecco perchè è sempre elegante... A volte ti guarda dritto negli occhi. E' terribile quando Vaiolo ti guarda così. Lo vedi fermo, a braccia conserte, che mastica un chewing-gum, tutto vestito di nero, alto, magro: fa una certa impressione, insomma. E non distoglie mai lo sguardo. Lo fa così, senza un vero motivo, forse per orgoglio. Sembra quasi che gli compaia una specie di ghigno di derisione, ma in realtà è immobile e immutabile. E non distoglie lo sguardo. In uno di questi duelli, un giorno, si imbattè in Roscolo, palestrato famoso per non essere mai stato lui il primo ad abbassare gli occhi. Si guardarono per tre giorni e sette ore. E vinse Vaiolo. Alla fine Roscolo disse più o meno “Ma cosa sto qui a perdere tempo con un...”, si voltò, disse a una bellissima svedese di salire sulla sua moto e con lei partì per un giro del mondo che gli disse quanto è bella la vita. Vaiolo, per vanto, per dimostrare quanto fosse infinitamente superiore, stette lì altri due giorni, da solo, continuando a fissare il punto vuoto in cui prima c'erano gli occhi di Roscolo. Alla fine sussurrò “Dilettante” con tono di spregio, sputò a terra e si incamminò verso il tramonto. Vaiolo sputa sempre perchè non può mandar giù la saliva. Se la manda giù muore. O almeno così si dice. A casa sua possiede una sputacchiera nella quale raccoglie gli sputi da quando aveva tre anni: non immaginatela come una sputacchiera normale, pensate a una piscina. Ogni tanto Vaiolo usa farvi il bagno in quella piscina: lo vedete lì, dritto, verticale, a braccia conserte, lì a galleggiare negli sputi di una vita. Vaiolo parla poco, sembra che se ne stia sempre a pensare, ma in realtà non pensa: schiaccia il chewing-gum tra i denti spremendone fuori la saliva che presto sputerà. La sua voce è sibillina, stridula, ma non la si sente spesso. Vaiolo non fa che marcare, sottolineare ciò che gli altri hanno già detto. “Giusto”, “Purtroppo sì”, “Eh be'...”, “Ascoltalo”, “E' così”, sono le sue espressioni più comuni. Ha sempre la faccia seria e infastidita, come se non fosse d'accordo con nulla di ciò che viene detto, però conferma sempre tutto, anche posizioni radicalmente opposte all'interno dello stesso dialogo. Uno fa un'affermazione a cui Vaiolo fa seguito con un “Non puoi farci niente, è così...”, ma un altro salta su con una convinzione opposta e Vaiolo accompagna quest'ultimo con un “E' proprio così”. Quindi non puoi mai parlare direttamente con lui, Vaiolo fa sempre da terzo a qualsiasi discussione, parlargli a tu per tu sarebbe inutile perchè non farebbe che rimarcare, con aria di minaccia, ciò che proprio tu gli stai dicendo.
Non ci sono donne, direte voi. Ma il gruppo Wappone non è fatto per donne: andatelo a cercare, ora che sapete dov'è, per averne conferma. Le ragazze parlano, mentre il gruppo Wappone non è fatto per parlare. Sapete che cos'è, in verità, il gruppo Wappone? Il gruppo Wappone è la mancanza di dialogo che si nasconde nelle nostre città, ecco cos'è: uno non dice più di cinque parole alla volta, un altro parla solo con dieci comunissime frasi prestabilite, un terzo divaga e dice così tante cose inutili che non lo si può stare a sentire per tutto un suo lunghissimo discorso. Vi è poi quello che ha troppe pretese e che non viene ascoltato: lui stesso, in fondo, non saprebbe finire le proprie frasi, che ama definire intelligenti. Infine c'è quello che non dice niente di suo, annuisce e conferma, ma non ti dà mai soddisfazione perchè si vede bene come sia infastidito da ciò che gli dici. Eccolo, il gruppo Wappone, eccolo qui, davanti ai nostri occhi, c'è in ogni città, il gruppo Wappone, è sempre uguale, ne descrivi uno e li descrivi tutti. La mancanza di dialogo dei nostri tempi sta prendendo anche me e stanco e accidioso non ho certo la voglia di comunicarvi la conclusione di...

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