Diario ruvido - Una vita per gli scacchi (inedito del 1999)

Io mi chiamo Harald Guresky, e voi? Lasciate stare, non m'importa, non potrà mai importarmi... Fin da bambino ho coccolato la mia passione. La mia passione era tutto per me. Anzi, sì può dire che io mi identificassi con la mia passione, che presto diventò parte stessa del mio essere, di più: la parte essenziale. Meglio ancora non sono mai stato, in fondo, altro che la mia passione.
Ero innamorato, completamente impazzito per gli scacchi. Dalla prima volta (e chi sa quando fu stato) che ho accarezzato quei piccoli guerrieri, ogni giorno di più nel mio spirito s'accresceva la follia per quel mondo in bianco e nero. Stavo ore ed ore ad osservarli. Sì: poteva capitare che per intere giornate non toccassi nemmeno le pedine: gli scacchi non son fatti solamente per giocarci, no, spesso erano loro stessi che mi chiedevano, anzi, mi invitavano e m'invogliavano a guardarli, a guardarli e basta. E a pensarli. E allora quant'erano belli quei cavalli dal bianco crine, così eleganti, tutt'altro che ribelli, no, cavalli diligenti, superbi, d'una intelligenza, direi, quasi rara, ma al contempo così imprevedibili e folli nelle loro elegantissime corse... Mia regina, non s'allontani così, mia regina lei è così dolce, così delicata, talmente pura.. e invece eccola già là, fiera, spensierata come una nuvola anche nella truce battaglia, così leggiadra e ostinata, così giovane, eppur così degna di rispetto... Pedoni obbedienti, sempre pronti al sacrificio, onore a voi, combattenti delle plebi; nere torri, imponenti figure di morte, ciniche e spietate; eccovi già in campo, valorosi alfieri, sempre fedeli, ignari della codardia.
E in qualche giorno fortunato non mancava che il saggio e vecchio re, per il quale nutrivo una stima infinita, che guardavo con tale affetto come quasi fosse un padre per me, mi fissasse un po' negli occhi, s'addolcisse leggermente quell'animo colto e ostinato sotto la folta barba grigia, e m'invitasse, io, così indegno e così impuro, a fare qualche galoppata su quei cavalli stupendi, o qualche tiro di scherma con l'alfiere o, addirittura, qualche giro di valzer con la sua candida regina dall'animo di fuoco. Certe sere siedevamo insieme sotto la lunga ombra d'una torre antichissima, scrutando in lontananza i duelli e gli scontri degli audaci pedoni che, ancor quasi fino al tramonto, non si stancavano, così intrepidi, di mantenere vivi gli ultimi focolai d'una battaglia. E allora il vecchio re s'appoggiava stanco agli antichi mattoni, compagni d'una vita, e mi raccontava di eroi, di imprese, di remote vittorie e umori di corte. Sì, il mio bianco re non aveva mai perso, insieme ci sentivamo invincibili di fronte ad ogni nemico.
Ne avevo tantissime, di scacchiere, le collezionavo, sempre più avido e perso per quei campi d'infinite avventure. Avevo quelle più eleganti e raffinate, ricche di decorazioni, curatissime in ogni più piccolo particolare, ne possedevo di bizzarre, semplici, minuscole o grandissime, da ogni parte del mondo, di ogni tipo, ne volevo, sempre di nuove, sempre più belle, sempre più strane, sempre diverse, ma sempre con i miei vecchi compagni d'avventura, con la bella regina che dolce e spensierata come solo lei sapeva essere, mi faceva un simpatico inchino quando voleva ringraziarmi d'una ricca corona o un busto delicato; con il burbero, ma sempre assai dotto re, che mi rimproverava se la sua corte si ritrovava di colpo troppo semplice e poco decorata quando, cioè, facevo mia una scacchiera che presentava soltanto le caratteristiche essenziali dei personaggi. Ma in qualsiasi loro aspetto com'erano sempre belli e forti i miei bianchi cavalli e com'era sempre lucida e selvaggia la loro criniera!
Vi era però fra tutte una scacchiera a cui tenevo più d'ogni altra, che potevo davvero considerare mia e vera mia essenza. La scacchiera, che sopra un altro piano brillava su tutte quante, irraggiandole della propria pura sostanza, era quella che da solo mi ero creata, fin da più giovane età. Avevo cominciato coi pedoni bianchi e pian piano, nel corso degli anni, avevo ultimato tutte e trentadue le pedine. Sì, perchè non fu un lavoro semplice e immediato: la mia scacchiera doveva essere qualcosa di speciale, in ognuno di quei pezzi doveva esserci in fondo qualche cosa di mio, dovevo vedercelo: dopotutto quegli scacchi li stavo lavorando con le mie mani, in essi rientrava tutto il loro spirito che già in me s'era soggettivizzato. E allora eccomi gettare nel fuoco uno di quei personaggi di legno mal riusciti, eccomi, disperato, pensare che quel progetto sarà irrealizzabile, eccomi provare e riprovare, limare, incidere, distruggere, abbandonare. Per lunghi periodi abbandonavo il mio lavoro, attendendo tempi propizi per proseguire con le pedine che man mano avevo intrapreso, attendendo d'essere del giusto umore per fare quel dato cavallo o quel tale alfiere. Quando per un po' di tempo avvertivo d'essere particolarmente all'estremo d'un dato umore, mi gettavo, intarsiando giorno e notte, in folli imprese, nella costruzione d'inutili esseri: ora un simpatico folletto, ora un mostro a tre teste (orribile), ora un tristissimo pulcino, e così via. Erano forse più che altro distrazioni che, una volta ultimate, scartavo definitivamente, per sempre, al fine di tornare all'opera originale. Finalmente ultimato il lavoro, dopo anni e anni di speranze, riuscii a vederci tutto me stesso, non solo nello spirito, ma anche nella mia stessa storia. In quell'opera c'erano anche tutti i miei cambiamenti, tutte le mie evoluzioni che s'erano susseguite nel corso della mia vita. Avevo cominciato da bambino, terminavo da uomo, tutto avevano quelle pedine a parte l'uniformità. V'erano differenze enormi tra le prime e le ultime che avevo costruito, nella prima parte della mia vita avevo fatto tutti i bianchi, partendo dai pedoni; poi tutti i neri, per ultimi i cavalli. Non voglio ora stare a raccontare come il mio carattere, il mio temperamento, la mia persona si fosse sviluppata col passare del tempo, fatto sta che queste differenze erano ora davanti ai miei occhi e per nulla me ne vergognavo: andavo orgoglioso tanto dei primissimi pedoni realizzati con tecnica rozza, elementare, quanto degli ultimi pezzi, così artistici e complessi. Tutte le pedine erano ricche di fascino, ognuna di loro era colma d'una parte della mia vita, più di questo non potevo desiderare.
La prima volta che mi suicidai era d'inverno, la serata era serena, gelida e tersa, un forte vento là fuori tagliava come una lama i volti degli ultimi viandanti. La luna, quasi completamente piena, riluceva d'una luce spettrale davanti a me, quasi fredda e distante, sembrava non volermi nemmeno considerare ora che stavo per compiere tale gesto: avesse potuto si sarebbe voltata, non avendo più il coraggio o forse la voglia di guardarmi ancora negli occhi. E io invece ero lì, nel mio appartamento a scrutar dalla finestra gli ultimi frammenti d'un mondo di vetro, una pistola alla tempia, pensieri confusi e frenetici in testa. Quando finalmente avvertii l'attimo in cui ero riuscito a liberarmi la mente di tutto quel vortice di voci, o quando forse lo resi ancora più caotico, premetti il grilletto, in un movimento rapido e essenziale. La pallottola viaggiava, viaggiava, percorreva il suo lungo corso da tempia a tempia, perforando, sinuosa e sibillina, tutti i morbidi pensieri, che nel silenzio e nell'oblio, morivano leggeri. Caddi a terra pesante: ero morto e come morto volevo comportarmi da morto. Che fossi deceduto lo capivo chiaramente, chiusi gli occhi e stetti fermo lì per un po'. Poi però avvertii uno strano fastidio, una insofferenza nello stare così immobile, che si fece ancora più insopportabile quando qualcuno bussò alla porta della mia stanza. Decisi di rimandare le consuetudini da perfetto morto a più tardi ed andai ad aprire...
- Cosa devo fare adesso?- domandai a Dio. Non mi sentivo poi tanto eccitato, né stupito, né spaventato: stavo solo cercando di capire le intenzioni di Dio, il cui volere subito si posò sulla scacchiera di mia fabbricazione. Preparai come in un istante una bellissima sala tutta in seta indiana, v'erano candelabri magnifici ovunque e gli scacchi al nostro cospetto. Preso dalla foga di cominciare la partita, stavo per commettere un'enorme gaffe, della quale però mi avvidi quasi immediatamente: voltai allora la scacchiera facendo in modo di avere io i neri: era giusto e logico che spettasse a Dio la prima mossa, che fosse Lui a giocare coi bianchi. La mia enorme inferiorità, che ora, prima di cominciare, si stava rivelando come un macigno sopra di me, mi suggerì inoltre di eliminare da subito uno dei miei pedoni, giacchè solo ora mi stavo rendendo conto di quale fosse la situazione di cui m'ero reso partecipe e di quanto utopico sarebbe stato per me accettare la sfida di Dio cominciando al suo stesso livello. Era giusto così, era giusto cominciare con un pedone in meno.
Il mattino seguente mi svegliai, sdraiato sul pavimento, l'arma accanto a me. Dubbi su dubbi, domande su domande s'accavallarono in breve tempo dentro la mia mente, fino a quando, tornato lucido e memore dei fatti, ricordai la pesante sconfitta che quella notte avevo subito per opera di Dio. Sì, avevo perso, ne ero sicuro. Quindi? Cosa ci facevo ora lì per terra, cosa ci facevo ancora vivo? Non c'era dubbio, la sera prima m'ero suicidato, non era stato un sogno, e poi ero morto, ero morto per davvero... E adesso? Perchè ero nuovamente vivo, io che altro non chiedevo che morire ed essere morto? La risposta mi parve sensata, mi balenò nello spirito e subito non attendevo che un nuovo tramonto: sì, doveva essere proprio così: nella sua enorme bontà, Dio mi aveva concesso una rivincita, era pronto ad affrontarmi di nuovo la notte seguente, ad accettare la sconfitta, se mi fossi dimostrato in grado di batterlo, sì, già mi vedevo: io che vincevo contro Dio... non vedevo l'ora, non potevo aspettare: la notte precedente ero stato agitato, confuso per una situazione così bizzarra, ma non mi sarei distratto un'altra volta, se giocavo come sapevo non potevo davvero perdere... e al tramonto mi suicidai di nuovo...
Ed ecco che concedo a Dio i bianchi della mia infanzia, mi privo d'un pedone, gioco, concentrato, sicuro, deciso, ma perdo, perdo un'altra volta. Se subito attribuii alla compassione e alla bontà la scelta di Dio di concedermi un altro giorno di vita per provare a batterlo la notte successiva, col passare del tempo e delle settimane iniziai a dubitare della sua carità... Quel non poter morire, quel venire umiliato ogni notte davanti ai miei vecchi guerrieri, compagni d'una vita, stava diventando una tortura per me, un terribile maleficio. Volevo morire, non chiedevo tanto, facevo tutto da solo e toglievo il disturbo, e invece no, invece eccomi di nuovo vivo ogni mattina, vivo per studiare nuove strategie, nuove tecniche per sperare di sconfiggere un avversario impossibile, a illudermi di batterlo ogni notte successiva. Tutto il giorno non facevo che studiare mosse e contromosse, quasi non mangiavo neanche più, ero malato per quella sfida. Dovevo vincere. L'unica possibilità di morire era per me quella di vincere contro Dio, ma come? Dov'è che l'uomo supera Dio? Egli si stava forse prendendo gioco di me? Rideva ogni giorno della mia inferiorità e non mi lasciava morire per non placare il Suo divertimento? Per molto tempo ancora continuavo a suicidarmi ogni sera e a perdere, a venire sconfitto, inevitabilmente, ogni notte. Il fastidio si trasformò in dolore, il dolore si trasformò in rabbia, la rabbia si trasformò in odio... perchè non potevo suicidarmi come tutti gli altri? Perchè mi venivano concessi giorni che non volevo?
Con il passare del tempo la pazzia stava crescendo sempre di più dentro me. In un giorno particolarmente disperato, carico di disprezzo verso Chi, invincibile, mi stava tenendo prigioniero, giunsi, casualmente, in un'immediata intuizione, a una soluzione che mi pareva quasi demoniaca, ma alquanto efficace... sì ecco dove potevo batterLo... ecco dove io riuscivo e Lui no... ecco cosa mi era possibile fare e invece a Dio era drasticamente occluso... le regole... io potevo infrangere le regole, io potevo distruggere le leggi, fare a modo mio, potevo essere scorretto, mentre Lui, dotato di perfezione, assolutamente non poteva. Io ero in grado di scegliere, di scegliere tra il bene e il male, Dio, invece, era eternamente legato al bene. Sì, trovai subito la piccola chiavetta d'un vecchio armadio nascosto in un angolo giù in cantina... dentro c'erano loro, le mie strane creature che avevo costruito in momenti caratterialmente particolari e che, una volta create, scartavo per sempre. Non esitai più di tanto ad afferrare il grosso ed orribile mostro a tre teste, lo ricolorai per bene e, impaziente, attesi la notte. Mi suicidai alquanto più emozionato rispetto a tutte le ultime volte e, pieno d'orgoglio, sedetti come al solito di fronte a Dio per quella che doveva essere la nostra ultima partita. Come sempre scartai il classico pedone, ma quando già il mio avversario stava per cominciare, estrassi l'essere immondo, posizionandolo in quella casella rimasta libera. La vittoria fu facile, la nuova pedina si muoveva in modi bizzarri, particolari, ogni volta come volevo io: divorava e scappava, finchè anche il re non potè che essere mia preda.
Quando il mattino seguente mi svegliai, subito stavo per scoppiare in una rabbia furibonda che mi avrebbe certo condotto alla totale pazzia, ma capii subito che quel giorno mi era stato concesso non per lo stesso scopo degli altri, ma, grazie all'infinita misericordia di Dio, per redimermi e pentirmi. Lo sfruttai a pieno e quella sera, più per abitudine che per altro, stavo già per impugnare l'arma per il solito suicidio, ormai ci avevo abbondantemente fatto la mano. Mi ricrebbi subito e lieto andai a letto, attendendo la morte che, puntuale, giunse a portarmi via, io, malato e impazzito per la mia passione.

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