Diario ruvido - L'avvocato (estratto rivisitato da "Settembre non tornerà")

Alle otto del mattino, tra Modena e Bologna, tra l'Emilia e la Romagna non corre alcun binario ferrato. Corre una fluorescenza tenue, una striscia di seta imbevuta di LSD. Vagoni costruiti in cuscini colorati di verde, viola e tamarindo; locomotive intessute dei tappeti della Persia, cuciti in arabeschi che a guardarli bene raffigurano danzatrici ed elefanti.
Alle otto del mattino, tra Modena e Bologna, non ci sono paranoie, né ansie, né alcuna forma di agitazione. C'è il torpore. Un tiepido fiume emotivo che tra l'Emilia e la Romagna scorre attraverso tutte le fasi del risveglio. Lentamente, morbidamente.

Perché la droga del duemila è la pianura padana vista da un finestrino. La pianura che col suo incedere ipnotico, monotono e regolare avvolge e culla gli animi dei viaggiatori. Li infiacchisce nella mezz'ora languida di un percorso a mezz'aria tra l'inconscio e l'allucinazione.
La sniffa a pieni polmoni la suora così come l'avvocato, lo studente così come l'anziano. Tutti ad inalare fin nelle più intime sinapsi del cervello la sostanza stupefacente che galleggia sui campi coltivati, sui piloni dei cavalcavia, sulle stazioni deserte di Lavino e Ponte Samoggia. Paesi che pur sorgendo a pochi chilometri da Bologna esercitano lo stesso fascino esotico delle isole del Pacifico o della Foresta Amazzonica. Conosco gente che è stata in Tibet, persone che hanno visitato il Sahara e il Grand Canyon. Ma nessuno è mai stato a Ponte Samoggia e ci si chiede se non si tratti in realtà di un'allucinazione collettiva prodotta dal viaggio psichedelico sulle fervide menti dei passeggeri.

Quel giorno non fu necessario camminare fino in Via Zamboni, perchè un evento inatteso mi permise di raggiungere l'università in taxi: come i professori più anziani e rispettati, come gli attori del teatro, come i parenti dei laureandi.
Fu un avvocato in pensione a chiedermi di salire con lui. Si trattava del medesimo vecchietto che qualche settimana prima avevo incontrato durante l'attesa di un esame. Un frequentante come me, uno studente di ottant'anni.

Che fosse un avvocato in pensione me lo disse lui stesso sul taxi. Raccontò che era un pezzo grosso, uno che viaggiava per tutta Italia, impegnato in processi di risonanza nazionale. Giunto alla soglia degli ottant'anni smise
di frequentare le aule giudiziarie e incominciò a frequentare quelle dell'Università. Accadde così che decise di iscriversi a Filosofia, giusto per avere qualcosa da fare.
Rivelò che nessuno, moglie e figlia compresi, era al corrente dei suoi studi.
Egli considerava la Filosofia come un'amante e questo mi faceva riflettere.

Tutto ciò mi sembrava assolutamente nobile e lodevole, ma la mia stima precipitò in un istante verso metà del viaggio. L'uomo, infatti, cominciò ad indicarmi i luoghi e le strade di Bologna in cui, ai suoi tempi, si frequentavano le puttane.
Forse l'avevo idealizzato troppo.
- Là c'era la Claudia. Se fosse ancora viva ti direi di andarci anche te, perché la Claudia era una cosa speciale-
- E guarda: lì si trovavano quelle di importazione! Facevano con l'istinto le stesse cose che le nostre dovevano studiare nei manuali...-
Eravamo ormai all'altezza di Via Centotrecento e per cambiare discorso gli accennai il mistero dell'interpretazione di quel nome.
- Via Centrotrecento... chissà cosa significa...-
- Ma è semplice- incalzò lui, - era una strada di puttane! Cento lire per la roba cattiva, trecento per quella buona...-
Ormai era chiaro che avevo a che fare con un inguaribile puttaniere.

Giungemmo davanti alla facoltà. Io entrai subito, mentre l'avvocato si fermò fuori a fumare.
Mi sedetti in fondo e un po' alla volta cominciò ad arrivare altra gente. Entrò una ragazza piccolina, coi capelli biondi a caschetto. Aveva i lineamenti delicati e morbidi e gli occhi celesti, limpidi, sinceri, da cui trasparivano timidezza e fragilità. Un ciuffo di capelli le passava dietro l'orecchio, scendendo lungo il collo sublime, come una goccia di brina sullo stelo di una primula. La camicetta sbottonata evidenziava le forme leggere che qualcuno aveva disegnato con pastelli di zucchero.
L'avevo già vista in qualche lezione precedente e desideravo molto parlarle e conoscere il suo nome, ma ero sempre rimasto bloccato dall'aspetto così intrigante e puro al contempo.
Guidata dal mio solo desiderio venne a sedersi vicino a me, che già arrossivo nel sentirmi vicino il calore del corpo più morbido e sinuoso che si fosse mai librato tra i muri ammuffiti della Facoltà. Sentivo il suo gomito toccare il mio e quest'unico contatto bastava per avvertire il brivido tenue che pulsava in quel piccolo corpo, infondendo l'alito del desiderio
nel respiro lento che sapeva di fragole, di panna e di danze sul ghiaccio.
Trascorsero un paio di minuti e giunse in aula l'avvocato. Si fermò un attimo a guardarsi intorno: capii immediatamente che stava cercando qualche preda. Quasi per dispetto verso la mia passione che ancora germogliava venne a sedersi proprio accanto alla Fata. Lei era nel mezzo, io alla sua destra, l'avvocato alla sinistra.
Era entrato e venuto al suo posto senza nemmeno guardarmi. Pensavo che mi avrebbe salutato, che avrebbe fatto un cenno o un qualunque gesto. Invece si sedette in silenzio, come se fossimo venuti con mezzi indipendenti, come se non fossimo stati sullo stesso taxi fino a dieci minuti prima. Sembrava serio e concentrato, per nulla disposto alla parola, tanto che credetti gli importasse solo la lezione e non aspettasse che l'inizio della stessa.
Bastò la sua presenza a mettermi in agitazione, a distruggere il castello di petali dorati in cui avevo rassicurato i miei sensi, a destabilizzare la mia serenità. Si assestò sulla sedia scomoda e aprì la valigetta senza dire niente, rivolgendomi soltanto un'occhiata fugace. In quell'occhiata c'era tutto: chiaramente aveva già inquadrato la situazione e prospettava la possibilità di entrare in competizione con me, di sfidare colui che aveva osato adocchiare la stessa giovane innocente che aveva deciso di far sua.

Lo scenario acquistò subito una dinamica del tutto inattesa e imprevedibile, volgendo inaspettatamente in mio favore.
L'oggetto del desiderio girò il viso incantevole verso di me chiedendo se per caso avessi gli appunti della lezione precedente. Era stata lei la prima a parlare. Aveva introdotto un argomento che mi poneva in grande vantaggio rispetto all'avvocato perché effettivamente possedevo quegli appunti e avrei potuto discorrere con lei senza intralci o imbarazzi riguardo a una questione neutra, utilissima a rompere il ghiaccio.

Avevo appena iniziato a parlare, citando il nome di Darwin, quando dietro di lei vidi spuntare pian piano il volto rotondo dell'avvocato. Già cominciavo a balbettare, temendo che il vecchio avrebbe presto aperto la bocca per serrare il contrattacco. I miei occhi si spostavano periodicamente da quelli di lei per controllare la figura dell'avvocato, che ora come la Garisenda pendeva tutto proteso in avanti, osservandomi con espressione severa.
"Ecco", pensavo, "adesso colpisce". Difatti colpì.
Il vecchio sollevò un braccio e protese lentamente un dito verso di me, indicandomi. Smisi allora di parlare all'Anima dei boschi: non era più tempo di riassunti. Lei si voltò e si accorse dell'indice, puntato e teso come un fucile. L'avvocato se ne stava fermo così, ad indicarmi come se fossi uno spirito, una presenza ultraterrena o un morto tornato in vita. Aveva un'aria di meraviglia, di incredulità e sbigottimento, come se fosse assurdo che mi trovassi proprio lì. Lasciò passare un brevissimo istante di silenzio, che nei tempi scenici corrispose a un impercettibile e lento mutare del suo volto. Sembrò aver realizzato in un attimo chissà che cosa e incurvò le sopracciglia, passando dall'iniziale sorpresa a una nuova espressione accusatoria, da Sacra Inquisizione.
"Preparati”, pensai, “non farti mettere i piedi in testa: devi essere pronto a tutto, devi essere sveglio e audace più di lui".
Quell'uomo si era destreggiato per una vita tra i sotterfugi e gli inganni dei tribunali e cinquant'anni di processi, di guazzabugli legali, di colpi di scena, di esperienza sofistica non si affrontano così, da sprovveduti, da giovani inadatti all'arte della retorica.
Pronunciò poche parole. Una frase brevissima, secca e lapidaria. Una sentenza che celava mezzo secolo di scorribande nelle fortezze della legge. In pochi secondi il vecchio smantellò ogni speranza di conquista.
Una frase. Nient'altro.
- Ti ho visto a negre ieri sera-
Detto ciò se ne restò immobile, con l'espressione da Torquemada, a puntarmi con l'indice, avvilendo sul nascere ogni possibile replica.
Che cazzo di accusa era? Cosa potevo rispondere?
Divenni rosso in un lampo. Cominciai a sorridere, come per evidenziare, agli occhi di lei, che il vecchio stava scherzando, che era tutta una buffonata.
- Ah ah, no, mi confonde con qualcun altro!-, risposi per sdrammatizzare.
Cercavo negli occhi dell'avversario un appiglio di complicità, ridevo e pretendevo che quello ridesse con me. Bisognava scoprire le carte, spiegare alla ragazza che ci conoscevamo, che non si stava parlando seriamente.

Realizzai il motivo per cui l'anziano rivale era venuto a sedersi senza
salutarmi, senza degnarmi nemmeno di uno sguardo. Aveva pensato di mettersi al riparo da ogni possibile evoluzione del contesto e si era tenuta buona la possibilità di far finta di non conoscermi.
Agli occhi della ragazza quello era un distinto ottantenne che per il solo fatto di avere una certa età era infinite volte più credibile e rispettabile di me. Era vestito bene, pareva serio e garbato. Lei non poteva sapere nulla né di lui né di me, ma una cosa era certa: non aveva alcun motivo di dubitare della solennità di un così bravo attore, della sincerità di un anziano sconosciuto che mai avrebbe potuto accusare senza ragione o per scherzo un ragazzo a lui estraneo.
Il vecchio non accolse il mio sorriso, rimanendo serio, duro e minaccioso.
- Sì, eri tu. Ragazzo, sei andato a negre ieri sera-
Continuava a fissarmi. La ragazza era come impietrita, colta anche lei dall'imbarazzo e doveva vergognarsi tantissimo per il solo fatto di trovarsi lì in mezzo.
Cercai di salvare la faccia, ma risultava tutto inutile.
- G-guardi, ah ah!, non ero io, è...è impossibile-
A quel punto intervenne lei, a porre fine alla diatriba con tono secco e umiliante.
- Scusate, ma io voglio seguire la lezione-
Ecco. Da lì in poi il silenzio.
Un silenzio demoralizzante, avvilente.

Il vecchio aveva ottenuto il suo scopo. Se non poteva averla lui, allora non dovevo averla nemmeno io. Aveva vinto e poco importava che la messa in scena non si fosse svolta all'interno di un tribunale, ma in un'aula universitaria. L'avvocato non aveva perso le proprie qualità dialettiche e sceniche. E' evidente che questo per lui dovesse significare moltissimo.

Nessun commento: