Diario ruvido - Kebab 2, ovvero il Banglashop

Arrivo al Banglashop e una gang di tre marocchini mi sbarra la strada. 
Quello con maggiore autorità - cicatrici e denti rotti - mi fa: "Ehy fratello, ci dai un euro per una birra piccola?". 
Premesso che ovviamente non sgancio l'euro, ma anzi esco bevendo con grande teatralità la mia Tuborg da 66 che nella scala sociale di Carteria mi pone tre gradini sopra di loro - qui urge una parafrasi della frase del bulletto. 
"Ehy fratello". Nel mio convoglio dell'odio chi mi chiama "fratello", "zio" o "vecchio" è un vagone avanti a chi mi ruba l'ombrello in Delfini. Perché di ombrelli ne posso sempre rubare a mia volta, ma non c'è una frase che annulli la formula "fratello" e derivati. Se uno ti chiama "vecchio" quel "vecchio" ti si attacca addosso come un'etichetta di camicia, di quelle che grattano dietro il collo. Urticante. 
"Ci dai un euro". Bisogna sapere che il Banglashop è il cinque stelle dei negozi da pezzenti e che nulla costa meno di un euro e trenta. Se sei disperato devi ricordarti che a venti metri da lì c'è il pakistano di Sant'Eufemia, dove l'euro ha ancora potere d'acquisto - non so, a naso direi che il Pakistan ha già l'atomica e il Bangladesh ci sta arrivando, 30 centesimi per la ricerca. 
"Per una birra piccola?" Ora, tralasciando la tristezza di tre loschi figuri che si smezzano una birra piccola in tre - ah no, cioè, volevo appunto parlare della tristezza di tre loschi figuri che si smezzano una birra piccola in tre. Immagino il trailer del film sul degrado giovanile a poco prezzo. "Vizi col contagocce". Panoramica di questi 50 ceffi in una stanza con uno che fa "Oh, fate girare sta canna!" e poi taglio su un tunca con una tazzina di caffé nella mano tremolante: "Con questa ci tengo sveglia la Tunisia".

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