Diario ruvido - Il poro (inedito del 1998)

Burkatoa s'alzò, come al solito, maleodorante di vinavil. Spruzzatasi nelle ascelle una forte fragranza di pennarello indelebile, andò a sedersi a tavola, per fare colazione. La moglie gli aveva preparato il seguente pasto: due uova di damigiana essiccate al sole/ tre pance d'orso/ un finanziere campione olimpico di canoa/ una pagnotta/ una scodella di riguata (preparato a base di catarro e succhi gastrici)/ una politica estera statunitense in salsa di cipolle e scamorza/ fecola di patate a volontà/ due zuzzurelloni bizzarri e tanta altra roba divertentissima che ora non sono certo dell'umore di elencarvi.
Burkatob sentiva il proprio stomaco piuttosto avverso al cibo, quella mattina, come accade ai padri di famiglia delle pubblicità dei prodotti per la prima colazione, che hanno tutti quella tipica espressione da “stamattina non ho fame”, ma che poi, invogliati dal prodotto pubblicizzato, mangiano, avranno una giornata sana e felice e tutti siamo curiosi di sapere cos'altro di stupefacente faranno in quella giornata iniziata davvero col piede giusto e con un umore così allegro... Be', dicevo, Burkatoc aveva questa espressione, quella da “stamattina non ho fame e la neve si è posata sulle strade di questa lurida città”. Non soddisfatto dell'eloquenza delineata dal suo volto, Burkatod disse esplicitamente: - Stamattina non ho fame e la neve si è posata sulle strade di questa sporca città-. L'espressione del volto aveva detto “lurida” e non “sporca”, ma Burkatoe non se ne curò più di tanto, ormai conscio del fatto che le sue espressioni facciali erano ben più acculturate delle sue parole... Ma su cosa cavolo sto divagando? Veniamo al punto: Burkatof, in sostanza, mangiò solo la pagnotta.
Quando la spezzò a metà vide che dentro c'era un cosino nero, una specie di puntino quasi invisibile, qualcosa che, per usare una metafora, poteva sembrare un pezzo di carbone di dimensioni infinitamente piccole. (Gran metafora!). Burkatog capì presto che si trattava di un poro. E gli parve di riconoscerlo... sì, sì, si trattava proprio di un poro della pelle del maggiore Kokkolo! Burkatoh cominciò subito a sudare, la sua faccia sbiancò, le sue pupille si misero a lampeggiare luce gialla e ad emettere l'intermittente suono che producono certi furgoncini quando vanno in retromarcia. Come ci era finito, quel poro, nel suo panino? Era stato lui a strapparlo via dalla pelle di Kokkolo?
Burkatoi tentò di ricordare cos'era accaduto la sera prima, ma davvero gli era impossibile rimembrar se fosse ubriaco o meno e, soprattutto, se la sera prima fosse mai esistita e non si desse il fatto, invece, che il mondo con tutti gli uomini e tutto il resto non fosse nato quel mattino stesso e tutti i suoi ricordi e le sue certezze non gli fossero stati impiantati nella mente, non avendo lui mai vissuto prima dell'alba di quel giorno... dubitò di tutto, esclamò di poter essere certo del solo suo pensare, esclamò – Cogito ergo sum-, si buttò nel fiume, vide che galleggiava, gridò – Eureka!-, notò di avere freddo, strillò – Tu quoque brute filii mihi- e morì congelato nelle gelide acque della Neva.
Quello stesso mattino Kokkolo, destatosi da un sonno nel quale aveva sognato di sognare un sogno, si stirò, spirò (!?) e s'andò a pettinare i fulvi capelli castani nella moda che andava a quel tempo: un ciuffo a forma di svincolo di tangenziale. Appena si specchiò, però, urlò la seguente frase – Il mio poro, dov'è finito il mio poro?-. Strillò quelle parole con tutto il fiato che aveva in gola, e, quel che è bizzarro, tenendo sempre la bocca aperta a forma di “O”, tanto che sarebbe stato impossibile, con le labbra così ferme a cerchio, dire quella roba, ma lui vi riuscì. Quale disgrazia! Fosse almeno stato un poro di poca importanza, uno di quelli che nessuno nota e che se ne stanno tranquilli nel loro spaziolino di cute, fosse stato un poro della schiena, di un piede o della sua donna delle pulizie, allora non vi avrebbe dato grande importanza. Purtroppo si trattava, invece, proprio del suo poro preferito, uno di quelli in bella vista, un poro della guancia destra.
Come ne era sempre andato fiero, Kokkolo, di quel poro... gli era capitato spesso, a qualche ballo o a qualche ricevimento, che una certa dama graziosa e leggera gli sorridesse e facesse riferimento a quel suo bel poro: - Che poro elegante, che ha- gli si diceva, mentre lui si pavoneggiava beato, - venite a vedere come è bello rotondo!-. - E' un cerchio perfetto...- continuavano allora le altre giovani dame, accorse per l'occasione, - scommetto che ne escono gocce di sudore dalla conformazione esemplare, vere perle di rugiada!-. - E come deve respirare bene un poro così- si intrometteva allora un qualche ufficiale, volendo far notare alle donzelle che anch'egli se ne intendeva dell'argomento, - magari ce l'avessi io un poro del genere: non smetterei mai di correre e traspirare-. Kokkolo s'arrossiva un po' sulle guance mentre i sorrisi finali delle donne e le occhiate ammiccanti e profonde delle giovani in cerca di marito, accompagnate da qualche pacca sulla spalla e stretta di mano, gli facevano amare la vita.
Che bello, poi, quando, inebriato da tutti quei complimenti, se ne tornava a casa sua e, per meglio gustare la perfezione del suo bel poro sulla guancia destra, s'allenava a far sudare solo quello... Aveva infatti preso l'abitudine di masticare con forza una ghiaia molto fine che raccoglieva sulla riva della Neva, la masticava tenendosela tutta sul lato destro della bocca. Col tempo si era impratichito a muovere la mandibola in modo tale che solo quel poro della guancia arrivasse a sudare... Che letizia allora sentirsi scorrere sulla guancia quella goccia salata senza alcun difetto... Col tempo aveva cominciato ad andare alle feste con un po' di ghiaia in bocca, se la teneva lì pronta nella guancia destra e, quando gli si avvicinava una ragazza dallo sguardo seducente e dal limpido volto dell'innocenza, cominciava a masticare e sgranocchiare con rabbia i duri sassolini, fino a che, finalmente, il sudore più bello del mondo decorava la già sontuosa guancia resa splendida da un foro magnifico. Ecco perché tutte le volte che Kokkolo era in compagnia di una dama graziosa non mancava mai la consueta goccia sul suo viso, divenuta, ormai, suo segno distintivo. Ecco perché quando da un salone si udiva un intenso fragore come un galoppare di cavalli provenir dalla sala accanto ci si diceva sorridendo: “Kokkolo è in dolce compagnia...”. Sì, era Kokkolo che masticava la ghiaia...
Ma ora quel poro non c'era più, adesso comprendete la disperazione del maggiore nell'accorgersi d'averlo smarrito? In tutti i modi tentava di ricordare che cosa fosse successo la sera precedente, ma proprio non riusciva a spiegarsi l'accaduto. Possibile che il barbiere Burkatol glielo avesse tagliato via mentre gli radeva il viso? No, non poteva essere: Kokkolo aveva chiamato ben tre giorni prima Burkatom a raderlo e fino a quel mattino il poro era rimasto al suo posto... di chi era la colpa, allora? Kokkolo era terrorizzato dal suo orribile volto privato dell'elegantissimo foro, non si specchiò più, non ne aveva il coraggio, uscì di casa per far mettere un annuncio sul giornale, “spero che qualcuno l'abbia trovato”, pensò. Nell'uscir dal suo appartamento prese, per abitudine, una manciata di ghiaia dalla tazza sul mobiletto accanto alla porta e se la mise in bocca. Chiuse l'uscio e corse alla redazione del giornale.
Strada facendo s'imbatté nella bella Ulolilela, figlia del generale Fecio, una ragazza dagli occhi rosei e le guance azzurre. Lei indossava una sfarzosa tenda, una di quelle per grandi vetrate di castelli, tutta rosa, mentre in testa sfoggiava un delicatissimo ombrellone da spiaggia aperto, giallo-limone, a cui era stato tolto il bastone di legno. Lei portò la mano sinistra, avvolta da un leggero guanto di canapa marrone, alla bocca come per dire “non posso parlare con voi, ma se mi stuzzicate sarò felice di ammiccare alle vostre proposte”, strizzò l'occhio destro dalle lunghissime ciglia sottili come per dire “mi piace apparire una ragazza per bene, ma lo vedete come sono birichina?”, accelerò di poco il suo passo aggraziato come per dire “io devo far vedere che ho fretta e non mi soffermo coi passanti, ma se voi mi tratterrete sarò ben lieta di fermarmi” e, con la punta dell'indice e del pollice della mano sinistra estrasse un preservativo come per dire “trombiamo?”. Quali dita graziose e affusolate in quelle mani!
Subito Kokkolo cominciò a sgranocchiare con ferocia i suoi duri sassolini, ormai abituato a far così. Tutte le ragazze della città sapevano che quando Kokkolo si avvicinava a una bella fanciulla sudava una splendida goccia dal suo poro preferito e, quindi, anche Ulolilela era al corrente di ciò. Quale offesa, quale oltraggio quand'essa gli passò di fronte e lo superò senza che egli avesse sudato! “Così non mi considera una ragazza carina?” pensò lei. “Già: il poro... accidenti!” pensò lui. “Villano, maleducato e omosessuale!” pensò lei. “Accidenti: il poro... già!” pensò lui. “Bizzadametta! Questo preservativo è scaduto!” pensò lei. “Il poro! Accidenti: già...” pensò lui.
Mentre avveniva ciò, un monaco tutto incappucciato sul marciapiede dall'altro lato della strada si ritrovò di colpo tutto bagnato e infradicito. - E' il mio poro!- esclamò Kokkolo vedendo quel tipo misterioso tutto bagnato proprio nell'istante in cui il suo piccolo poro avrebbe dovuto sudare. Kokkolo corse da lui e lo interrogò: quello negò tutto, negò di essere un poro e disse di venire dall'Armenia, di essere un frate simpaticissimo, di avere due figli da sfamare, di essere in uno di quei giorni, disse che veniva da Marte per conquistare la Terra e di essere un sasso inerme oltre che, infine, un inutile coniglio senza scopo. Kokkolo non credette a una sola parola di ciò che aveva udito e cominciò a masticare la ghiaia con più vigore del solito, tanto che in breve tempo quell'oscuro viandante si ritrovò di colpo immerso in un lago di sudore.
- Delinquente, ti ho smascherato, sei il mio poro! Torna subito sulla mia guancia, sbrigati!-. Il poro tornò al proprio posto e spiegò che la moglie del bravo barbiere Burkaton era venuta di notte, con la lametta del marito, a tagliarlo via (il poro) dalla guancia di Kokkolo e l'aveva messo nella pagnotta di Burkatoo per fare una sorpresa, un regalo al marito, ma soprattutto a sé stessa che moriva dal desiderio di vedere quel bellissimo poro e quel fantastico sudore sulla guancia dello sposo, per farlo più bello, insomma. Burkatop, però, impazzì alla vista di una cosa talmente strana, credette che la colpa fosse sua e finì congelato nelle acque della Neva. Il poro, allora, ebbe modo di godersi un po' di indipendenza e libertà, ma ora era davvero giunto il momento di tornare alla normale vita di sempre.
E così la bella Ulolilela sposò il proprio padre, il generale Fecio, un vecchietto disse – Fate silenzio!-, ma nessuno lo ascoltò, o, perlomeno, lo ascoltarono Ulolilela e Fecio che, però, in questa storia sono figure quasi del tutto irrilevanti.


Ogni analogia col racconto “il naso” di Gogol è da cosiderarsi pura fantasia del lettore.

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