Diario ruvido - Street view stories 2

"Street view stories" sono brevissimi racconti ispirati a luoghi che ho visitato con la funzione 'street view' di Google Maps. 
Affascinato dai posti inaccessibili e remoti, ho inserito foto prese direttamente dallo schermo del computer per accompagnarvi in un lungo viaggio virtuale.

 Il confine tra Stati Uniti e Messico è lungo più di tremila chilometri. Nella parte orientale coincide col corso frastagliato del Rio Grande, un fiume le cui dimensioni bastano a marcare la netta separazione tra i due stati. 
Ad occidente, invece, il confine segue linee geometriche tracciate a tavolino. Non corrispondendo ad alcuna barriera naturale si è deciso di costruire un muro che taglia deserti, montagne e città. Muro per modo di dire: in certi tratti si tratta di grosse lastre di lamiera, in altri è una rete di ferro alta poco più di due metri.
Uno speciale corpo di polizia americano sorveglia il confine cercando di limitare il più possibile gli scavalcamenti dei clandestini messicani. Nelle città di confine i militari possono contare sull'aiuto di telecamere, sensori e torrette, ma nell'immenso deserto o sulle impervie montagne c'è solo questa piccola barriera che si erge solitaria in mezzo al nulla.

"Scendi subito da lì".
"Escusa amigo".
Manuel, un ragazzetto sui vent'anni, scese dall'albero che spuntava proprio attaccato al muro di confine. Sembrava cresciuto apposta per agevolare lo scavalcamento.
Ma a qualsiasi ora, giorno e notte, un militare armato gli intimava di scendere. Sembrava una guardia messa apposta per lui perché la voce era sempre la stessa.
"Posso chiederte como te chiami?"
Di là dal muro si sentì "Kevin" - deciso e secco come se stesse rispondendo a un superiore.
"Senti Kevin, porché non me fai passare? Fai finta che stavi al cesso, non te dirà niente nessuno".
"No". Secco. Lapidario.
Siccome non c'era verso di passare da lì, Manuel prese una corriera per Juarez, una città di confine un po' più a ovest della sua.
Individuò un punto dove il muro era un po' più basso, mise delle pietre per farsi una scala e si aggrappò con le mani al bordo superiore.
"Non ci provare".
Quella voce. Era sempre quella voce.
"Kevin? Kevin sei tu?"
"Sì".
Silenzio.
Come faceva Kevin a sapere che Manuel era venuto a Juarez? Perché lo seguiva? Non c'erano altre guardie?
Manuel prese un'altra corriera diretta ancora più a ovest, fino a Palomas.
Di nuovo fece per scavalcare e di nuovo gli fu ordinato di scendere. Non c'era dubbio, era ancora Kevin.
"Che fai Kevin? Cosa te importa de me? Non hai famiglia?"
Nessuna risposta.
Procedendo verso ovest cominciò il deserto e anche in quella desolata landa di nessuno Kevin era sempre pronto a scoraggiare ogni tentativo di passare di là.
Manuel stava diventando pazzo. Provava a scavalcare nelle ore più impensabili - a mezzanotte, alle cinque del mattino - provava a scavalcare nei punti più impervi - tra le rocce bollenti dell'altipiano, in mezzo al fango durante una tempesta - ma Kevin era sempre lì, vincolato al suo assurdo rigore.
Arrivarono finalmente a Tijuana, l'ultima città prima dell'oceano.
Di là dal muro c'era San Diego, c'era la California in tutto il suo splendore. Manuel pensò che il muro non poteva certo tagliare il Pacifico e camminò fino alla spiaggia, lì dove la barriera si inabissava nelle onde del mare.
"Siamo alla fine Kevin".
Nessuna risposta.
"Soi muy bravo a nuotare Kevin".
Nessuna risposta.
Manuel si tuffò e dopo due bracciate vide accanto a sé il militare nuotargli parallelo. Non riusciva a scorgerne il volto perché la foga e la schiuma ne nascondevano i tratti.
"Kevin, estay ancora achì?"
Si guardò la mano e si stupì di vederla tutta piena di grinze: non era l'acqua, era l'età.
Fece in tempo a fare altre due bracciate verso ovest, poi si spense nel mare, come il sole all'orizzonte.


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