Diario ruvido - L'albero dei sogni (inedito del 2012)


L'albero dei sogni è spoglio. Rimane una foglia che vibra col vento. Il vecchio lupo le tiene gli occhi incollati, convinto che finché la guarderà rimarrà su.
La nebbia rende tutto più difficile. Si è gonfiata come un palloncino opaco, lasciando intravedere soltanto l'ombra delle cose. Nel cortile della clinica le ombre vanno avanti e indietro. Sono sempre le stesse, tre ombre in tutto che percorrono il vialetto da un capo all'altro. L'ombra di un cappello, l'ombra del fumo che fugge dall'ombra di una sigaretta, l'ombra di una donna.
Intorno, le ombre dei cespugli, le ombre delle macchine da cui escono le ombre dei dottori, le ombre di altre macchine in cui entrano le ombre di altri dottori, le ombre della strada e di là dalla strada il nulla, solo nebbia.
L'ombra della foglia si muove pericolosamente attorno all'ombra del suo ramo, ma il vecchio lupo la tiene lì, la tiene bene incollata, non si distrae nemmeno con le urla.

Le urla sono frequenti qui. Un tempo si voltava, spaventato, per ogni grido. Ha perso tante foglie in questo modo, troppe. Ci ha fatto l'abitudine, non è affar suo. Affar suo è l'albero dei sogni.
Se solo potesse tornare indietro. Avere la testa di adesso nei giorni di prima. Allora non sarebbe così sciocco. Non si lascerebbe turbare dai rumori delle sale. Starebbe immobile a guardare l'albero, ci fosse l'apocalisse dietro di lui continuerebbe a stare fermo, con gli occhi sulla foglia. Avesse sempre fatto così, ce ne sarebbero a centinaia di sogni, lì sui rami. Ne è rimasto solo uno, non c'è margine d'errore.
C'è un problema, grosso. Ha ancora un po' di tempo per pensare a una soluzione, ma il problema è proprio grosso. Presto il sole tramonterà. Quando il sole tramonta è l'ora della cena. L'ora del pappone. Lo porteranno in refettorio e addio foglia. L'unico piano che gli è venuto in mente per ora è ribellarsi, gridare, impuntarsi. Dire no, resto qui. Farsi portare il pappone qua, davanti alla finestra. Ma non è granché come piano. Probabilmente si arrabbieranno ancora di più, lo prenderanno con la forza e addio foglia.
Ne ha perse migliaia di foglie, nell'ora di cena. Mangiando il pappone là, nella sala grande. E' stato debole, è stato stupido. Quanto tempo si soffermava a mangiare. Quanto tempo a pulire il piatto e il cucchiaio. Se avesse avuto la testa di adesso.
Bisognava mangiare veloci e tornare qui subito, non fare come ha fatto, masticare piano godendosi ogni boccone di realtà. Ogni cucchiaio erano sogni che cadevano giù, sogni irrecuperabili, morti per sempre. Ne è rimasto solo uno, non c'è margine d'errore.

Vede tutto con la coda dell'occhio. Vede le ombre delle famiglie che son venute a trovare i parenti in cura e adesso se ne vanno, lentamente. Ombre curve, pesanti. Ombre di bambini e ombre di vecchi. Camminano piano piano. Ombre che lasciano una scia di ombra, come colla che rimane qua. Vede tutto con la coda dell'occhio, vede l'ombra del sole, mangiata dalla nebbia. E' così bassa da fare paura. Gli resta poco tempo. Stanno cacciando le famiglie, fra un po' si cena. Il pappone ammazzerà l'ultima foglia, bisogna inventare qualcosa.

C'è un secondo problema, più piccolo, ma è un altro problema. Il vecchio al suo fianco. Lo vede con la coda dell'occhio, sa che lo sta fissando. Il vecchio lupo fissa la foglia e l'altro vecchio fissa il vecchio lupo. Perché non la smette? E' tutto il pomeriggio che gli tiene gli occhi addosso. Lo sa, ma non può reagire. Non può voltarsi, non può spingerlo lontano, non può. Deve badare alla foglia, non c'è margine d'errore.
Lo conosce quel vecchio, lo chiamano “il gufo” e il suo sguardo dice tutto. Insegnavano filosofia nella stessa università, si conoscevano bene. Li diedero per matti entrambi e li cacciarono quassù, in questa clinica di montagna.
Il vecchio lupo sa che l'altro è impazzito solo per seguirlo. Si è dato per matto perché da solo non sa vivere. E' sempre venuto dopo di lui, ne ha invidiato ogni successo e infine ne ha invidiato la pazzia.
Lo distrae. Non è facile concentrarsi col gufo che ti osserva. Non è facile escogitare un piano. E' quasi il tramonto, va' a mangiare, gufo. Vai via che qui non c'è margine d'errore.
Glielo dice, glielo grida, senza mai girare il volto dalla foglia. 
- Vattene! Vattene via! 
 
Prende paura per il tono spettrale della sua stessa voce. Il gufo resta lì. Tutto inutile, ma se l'aspettava. Il gufo è immobile, ne sente il peso dello sguardo. Chiamare i dottori non si può, anzi, bisogna proprio smettere di gridare. Se si accorgono che qualcosa non va li portano via entrambi e addio ultima foglia.

Aveva cominciato con l'inizio dell'autunno, giù in città. Da tempo sosteneva che l'uomo sta ammazzando la fantasia, ma stavolta si mise a gridarlo per la strada, ai passanti, nei mercati. 
- Il sogno è morto - tuonava con occhi sgranati - perché non capite? Il sogno è morto! 
 
Chi frequentava le sue lezioni sapeva cosa voleva dire. Da tempo sosteneva che per colpa dei nuovi mezzi di comunicazione il singolo individuo sta raggiungendo un tale grado di universalità che è sempre più difficile far prevalere il proprio inconscio soggettivo su quello collettivo. Pian piano l'uomo sta diventando “uomini”, perché impara a rapportarsi al tutto fin da piccolo e quindi diventa impossibile esprimere compiutamente la propria creatività e la propria immaginazione. Questo, in parole povere.

Finché lo diceva da dietro una cattedra non c'era niente di male, ma qualcosa dentro di lui si ruppe un giorno mentre era al parco. Girava con la schiena curva, raccogliendo in una borsa tutte le foglie cadute per terra. Provarono a fermarlo e lui impazzì, cominciò a gridare. Accusava la gente di esser diventata matta, disse che quando il singolo diventerà tutto, non ci sarà più freno alle sue inibizioni e ci si ammazzerà per strada. Diceva che i sogni si sono appassiti e con loro l'uomo. Diceva che l'uomo senza sogni era il finto-uomo, totalmente vincolato alla carne e alla realtà, destinato a distruggersi, stritolato nella sua prigione, senza vie di fuga.

La terza volta che rincasò con due borse piene di foglie secche, i parenti si decisero a farlo visitare e i medici dissero che l'aria di montagna gli avrebbe fatto bene. La clinica di Borgo Sofia sembrava tranquilla e a buon mercato, perciò lo mandarono lì sperando che la quiete potesse restituirgli la ragione.
Il gufo lo seguì da vicino. Diceva che il lupo era matto molto prima che il lupo impazzisse davvero. Diceva che i suoi vaneggiamenti erano la prova che al giorno d'oggi la fantasia funziona ancora benissimo. Diceva che il problema dei giovani è casomai l'opposto. Sono talmente abituati a vivere una realtà virtuale e immaginata che le vere difficoltà si riscontrano nel quotidiano, nel rapporto con le cose materiali.

Erano due vecchi filosofi che avevano passato una vita a darsi contro, ma tra i due era sempre il lupo che aveva qualcosa da dire, mentre il gufo si limitava a smontare le teorie del rivale. Si trattava di semplice invidia perché il lupo godeva di una certa fama, mentre il gufo non era mai citato da nessuno e le sue lezioni si svolgevano deserte. Il suo continuo attaccare il nemico gli dava un motivo, un senso per proseguire a vivere e pensare. In poche parole, il lupo aveva riposto nella fantasia la sua ragione di vita e il gufo aveva riposto nel lupo la sua. Il lupo impazzì quando vide venir meno la fantasia e il gufo impazzì quando vide venir meno il lupo.
I due vecchi consumavano la follia nella clinica di montagna, lassù a Borgo Sofia, l'uno fissando le foglie, l'altro fissando il lupo.

Quando il lupo arrivò qui decise che il grande albero al centro del cortile era l'albero dei sogni. Questo senza tanti ragionamenti. Gli pareva bello e ogni singola fogliolina gli sembrava proprio della forma e del colore giusto per essere un sogno.
Quell'albero gli era proprio simpatico, l'unico spunto fantastico in un contesto fetido e deprimente. Non ne capì subito il funzionamento. Si limitava a constatare che un po' alla volta diventava sempre più spoglio, credendo di non avere alcun potere su di lui.
Poi si accorse di non aver mai visto una foglia cadere. Certo, di volta in volta notava che l'albero aveva perso delle foglie, ma il volo di una foglia, il volo in diretta, quello non l'aveva mai visto. Realizzò che finché guardava l'albero le foglie stavano su. Quando si distraeva le foglie si staccavano. Aveva senso, in fondo. Dopotutto il lupo era rimasto l'unico paladino del sogno. L'unico a sostenere che l'immaginazione di un uomo è molto più importante della sua vita reale. Noi, in quanto uomini, siamo prima di tutto le nostre fantasie, poi la nostra routine. I sogni ci condizionano ben più di ogni esperienza concreta.
Questo la gente non lo capiva. Si lasciava che le foglie venissero giù, che tutti gli alberi del mondo si spogliassero della loro bellezza per rimanere secchi e schifosi. Ecco cosa diventerà l'uomo. Rami storti, legno, tronchi duri come la pietra. L'uomo si sta spogliando di tutte le sue foglioline. Ma non capisce che è proprio grazie a quelle che respira e può sentirsi vivo. Quando sarà solo legno e vita quotidiana, l'uomo diventerà uno scheletro inutile. Il finto-uomo senza sogni è destinato all'estinzione, ecco cosa.

Il vecchio lupo tiene in vita quest'ultimo sogno e sa di essere solo nella sua battaglia contro l'autunno. E' disposto a non dormire più, a stare sveglio fino alla morte per trarre in salvo questa foglia. Se solo potesse evitarsi il pappone. Se lo lasciassero qui, a morire di stenti in compagnia del suo unico sognolino delicato. Non chiede altro, gli basta questo.
Ma l'ombra del sole è già tagliata a metà dall'ombra dei monti e manca davvero poco alla fine di tutto. Deve inventarsi qualcosa, niente distrazioni, bisogna concentrarsi.
Perseverante quanto lui, il gufo non accenna ad abbandonarlo. Per tutta la vita si è scagliato contro di lui e anche adesso continua a dargli noia. Lo fissa, non si volta mai. Quegli occhi incollati al suo volto gli stanno rubando la ragione. Vorrebbe formulare un piano, trovare un modo per evitare il pappone. Trema e suda freddo al pensiero che lo porteranno a mangiare. No, niente, non riesce a pensare. Si sente troppo osservato per trovare la lucidità. Ci vorrebbe un colpo di genio, ma il genio ha bisogno di essere solo. Il gufo non demorde.

Eccola, la campanella. Uno squillo che raggela. E' l'ora del pappone, è la fine. Fuori è buio ormai e il vecchio lupo non ha pensato a niente di buono. Arrivano i dottori, ombre che si muovono nelle zone ai lati degli occhi. Vede che portano via il gufo. Per un momento si sente libero, ha qualche istante per pensare in solitudine. Ma la tregua dura poco, ne arrivano altri due per portare via lui. Via dalla sua finestra, via dalla sua foglia.
- Non ho fame, resto qua. 
Ecco tutto quello che ha pensato. Ore e ore per formulare un piano e tutto quello che gli esce è questa frase senza mordente. Un dottore fa per insistere, ma l'altro lo trattiene.
- Questo ha la testa dura. Lascia stare, vedrai che domattina mangia il doppio. 
Incredibile, lo lasciano lì! Oggi non si mangia, oggi si sogna, si sogna in libertà!
Sa che prima o poi arriverà un nuovo problema, quello del sonno, e se anche lo superasse bisognerà di nuovo rifiutare il pappone e così via, per sempre. Ma sono problemi futuri, adesso c'è solo da sognare.
Senza più pensieri il vecchio lupo tiene incollato il suo sogno al ramo e la gioia è così tanta che gli scende una lacrima bella grossa.

Il gufo gira il cucchiaio nel pappone, ma l'appetito non arriva. Ne assaggia un boccone e lo risputa nel piatto. Pensa al lupo. E' preoccupato. L'ha visto debole, pallido, magro. Le cose non vanno bene.
Forse non doveva venire qui. Chissà, ora che non gli tiene gli occhi addosso potrebbe morire da un momento all'altro. E' da questa mattina che lo tiene vivo, incollato a quella sedia col suo sguardo. Sa che finché lo guarderà, il lupo rimarrà vivo. Ma adesso si è lasciato portare qui ed è stata una leggerezza troppo grossa. Negli ultimi giorni ha visto il lupo deperire in fretta, non c'è margine d'errore.

Si guarda intorno, vede tutti i pazienti intenti a mangiare e i dottori che chiacchierano tra loro. Si alza circospetto, in silenzio, senza farsi notare. Il pazzo di fianco a lui sta per fare un verso, ma gli fa una carezza sulla testa e questo basta a calmarlo.
Il gufo sa come muoversi quando non vuole farsi vedere e in un lampo è fuori dal refettorio. Percorre il lungo corridoio bianco, dove un dottore sta fumando una sigaretta appoggiato al davanzale. Non si accorge di lui o se si accorge non gliene importa niente e continua a buttare fumo nella nebbia.

Arriva nella sala grande e vede la schiena del lupo nella solita posizione. E' fermo, davanti alla sua amata finestra. Corre a sedersi di fianco a lui, ogni secondo potrebbe essere fatale.
Gli incolla gli occhi addosso, ma subito si accorge che qualcosa non va. Il lupo ha gli occhi chiusi. Il gufo prende paura, vuole gridare, ma gli viene subito il pensiero della foglia. La foglia! Bisogna tenerla in vita, presto!
Si volta verso l'albero dei sogni, ma è troppo tardi. La fogliolina si è appena staccata e vola leggera nella nebbia. E' difficile scorgerla alla luce opaca dei lampioni: è come un puntino nero che volteggia nel vento.
La foglia fa due capriole accanto al tronco dell'albero dei sogni, poi c'è una folata che la fa tornare su. La spinge di là dal cancello della clinica, là dove è tutta nebbia e il gufo non può più vederla.

Un nuovo vortice d'aria spinge la foglia sul versante, lungo la vallata. Incrocia il volo di mille altre foglie e tutte insieme planano sulla pianura che sta accendendo le sue luci. Giocano, si scambiano di posto, scherzano nel vento e quando entrano in città si mettono in ordine, una dietro l'altra, per infilarsi tra le strade.
Sono un serpente colorato di giallo e di rosso, muovono le spire leggere tra i palazzi e le vetture.
Arrivano nei pressi di una grande biblioteca. Il serpente si spezza e alcune foglie entrano da una finestra aperta. Volano tra gli scaffali, vuoti. Con grande precisione si mettono tutte parallele, riempiendo le mensole e i ripiani. Tante foglioline in ordine di colore.

L'altro pezzo del serpente si aggira in cerca del museo e di nuovo si spezza per lasciare che le foglie corrano lì dentro. Le pareti sono nude, bianche, asettiche. Le foglie si appiccicano all'intonaco, giocando a fare i quadri. Tanti quadri di colori diversi, caldi, in tutte le stanze del palazzo.

Il serpente corre senza freno, il vento lo spinge veloce in tutti i luoghi abbandonati. Foglie nei teatri, nei cinema, nelle sale dei concerti.
Arrivano altri serpenti da tutte le montagne che circondano la valle. Si tuffano sulla città, rendendola viva e colorata. Il cielo è uno spettacolo di arcobaleni riflessi dalle luci dei fanali.
C'è quasi da commuoversi, ma il sogno si interrompe e tutto quello che si vede sono gli occhi del gufo.

- Dormivi? Mi ero preso uno spavento.
Il lupo sorride. Strano, davvero strano. Il lupo non ride mai.
- Gufo, torniamo a casa.

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