Dario ruvido - Colloquio con Franco Vaccari (intervista del 2008)

Sono le 4 del pomeriggio quando Franco Vaccari arriva puntuale al luogo dell'appuntamento. E' il 9 di aprile, il cielo è grigio, ma non sembra promettere pioggia. Fa piuttosto freddo. Entriamo in un bar e prendiamo un caffè. Ci sediamo a un tavolino, sul quale appoggio la telecamera accesa: non sarò costretto, così, a dover scrivere con grande fretta e affanno tutto ciò che l'artista dirà e potrò meglio godermi il piacere di una conversazione che si protrarrà per circa un'ora.
Mi basterà, una volta tornato a casa, riguardare le riprese catturate con quella piccola digitale, dalle dimensioni talmente ridotte da suscitare l'interesse del fotografo modenese: «E' simpatica. Poi nera così non si vede, non dà nell'occhio»


Nella sua esposizione del '72 viene resa evidente una peculiarità dell'arte contemporanea che sta caratterizzando anche Internet: il fatto cioè che il confine tra autore e pubblico stia diventando sempre più labile, che il pubblico in qualche modo partecipi alla creazione dell'opera attraverso diverse funzioni e modalità. Riconosce questa interattività come caratteristica della produzione contemporanea e si sente in un qualche modo precursore di ciò che è avvenuto col Web 2.0?

Credo di aver anticipato, soprattutto con questa mostra, tutta una serie di modi di procedere, che poi si sono venuti realizzando successivamente, non solo nel mondo dell'arte. Non so se questa cosa mi faccia poi così piacere, visti i risultati. Bisogna aver successo, ma non avere un successo eccessivo. E non parlo di successo in riferimento al mio nome, perché queste cose sarebbero avvenute lo stesso, anche senza il mio contributo.
E' certo però che sono arrivato con un certo anticipo: nel '72 la mia opera era effettivamente qualcosa di strano, tanto è vero che il primo giorno che la televisione ha dato la notizia della biennale, hanno definito il mio ambiente un ambiente un po' sinistro.

Tra l'altro è un ambiente che si è ripetuto nel corso degli anni, perché anche nelle biennali più recenti sono comparse opere in cui, ad esempio, si indicava di lasciare una traccia scritta del proprio passaggio...

Avrei preferito che restasse a livello di maggior coscienza il ricordo del mio lavoro, mentre adesso tutti quelli che producono sembrano nascere dalla schiuma del mare: non sembrano dover niente a nessuno, sembra che inventino tutto loro, mentre invece ognuno di noi ha alle spalle radici, antecedenti, come probabilmente ho avuto anch'io.
Comunque, in effetti, il '72 è una data piuttosto precoce... e pensare che quell'opera l'avevo proposta due anni prima a un'altra mostra, ma non me la lasciarono realizzare. Sul momento ci rimasi molto male.

Come mai la rifiutarono?

Mi dissero che non dovevo fare scherzi... questo probabilmente perché era considerata una proposta talmente innovativa da non rientrare nel mondo dell'arte. Ma sono tutto sommato contento perché quel ritardo mi ha dato modo di realizzarla in un modo che due anni prima non sarebbe stato possibile.

C'è sempre un lavoro teorico alla base dei suoi lavori. Come nacque quell'opera? Fu un'intuizione immediata, o vi fu una ricerca teorica che la portò a capire che il pubblico doveva avere un determinato ruolo?

Portavo avanti una riflessione, non dico un'elaborazione teorica, su quanto stava avvenendo e spesso le mie operazioni estetiche nascevano come una reazione di tipo idiosincratico a quanto mi circondava: reagivo quasi difendendomi dalle situazioni che mi ritrovavo a vivere. Quella riflessione mi serviva a mettere a fuoco una visione complessiva.
In realtà ho sempre seguito un consiglio che ha dato Goethe al suo segretario Eckermann. Domandò Goethe “Signor Eckermann, a cosa sta lavorando in questo momento?”, al chè Eckermann gli spiegò il suo progetto, ma Goethe gli disse “Guardi, lei ha delle ambizioni eccessive, si pone di fronte a problemi troppo grossi. Non bisogna mai realizzare delle opere che affrontino dei problemi troppo vasti, perché è difficile concluderle, ci si rimane spesso in mezzo e se questo succede si entra in uno stato depressivo e, una volta arrivati in fondo, ci si ritroverebbe senza forze”. Bisogna lavorare sull'occasione: tutte le mie opere sono state opere d'occasione: di solito mi si proponeva una mostra su un certo tema, oppure c'era un problema che nasceva da una mia forte reazione ad un dato fastidioso e tentavo una soluzione.

Restando nel contesto dei fattori da cui scaturisce un'opera, possiamo dire che una volta c'era il committente che presentava delle richieste, che poneva delle condizioni all'artista che quindi faceva riferimento a quell'unica persona. L'arte di oggi a chi fa riferimento?

L'arte che nasce da una committenza è un'arte che risponde a una domanda, ma questo non è un limite come molti hanno creduto, perché l'arte che risponde a una domanda ha almeno qualche base nella realtà. Oggi ci troviamo invece in un'arte prodotta in assoluta assenza di domanda, se non quella di una pseudo-committenza, come quella delle gallerie. Allora come si può aggirare questo problema? Individuando un problema oggettivo, un problema che non interessi soltanto l'artista, ma che interessi la gente. Non so quante volte sono riuscito a farlo, però ho posto al centro della mia riflessione, prima di agire artisticamente, il problema della ricerca di ciò che aveva già individuato Majakovskij, e cioè il mandato sociale. Qual è il mandato sociale dell'arte? Chiaramente, in tempi meno ideologici, il mandato sociale è quello che io chiamo un problema effettivo della collettività.

Quando c'era la figura del committente, l'artista trovava comunque un modo di esprimere se stesso, anche se gli veniva imposta la posizione delle singole figure...

...e quali colori utilizzare, ad esempio il blu lapislazzulo, certamente! Oggi invece viene prodotta molta arte arbitraria oppure i problemi affrontati sono eccessivamente labili. E' uscito da poco un articolo di Celant, in cui egli parla della recessione degli Stati Uniti e sostiene che in un mondo in fase recessiva anche l'arte è in fase recessiva, perché siamo in presenza di una sovrapproduzione, una sovrapproduzione arbitraria di opere d'arte.

Questo è interessante anche in relazione ad internet. Esiste ad esempio YouTube, dove ognuno può caricare i propri filmati, i suoi video. Ma ciò che manca è prima di tutto un filtro, perché vi si trova un 99% di produzione superflua, ma anche un 1% di produzione ottima, che senza YouTube nessuno potrebbe vedere.
Ma in ogni caso penso che ci sia una differenza qualitativa rispetto al passato, la quale si può già ritrovare anch'essa nella sua opera del '72. Nel senso che una persona, nel momento in cui realizza un proprio video da caricare su YouTube, fosse anche il più scontato video delle sue vacanze al mare, penso lo realizzi con una coscienza diversa rispetto al passato per il solo fatto che sa che degli estranei lo vedranno. Così colui che si scattava una foto nella cabina alla biennale non penso lo facesse con la stessa coscienza e presentandosi con lo stesso aspetto che avrebbe mostrato in una cabina per la strada, per il solo fatto di sapere che sarebbe stato visto da persone sconosciute...


Sì, devono esserci dei filtri. E questo è un problema che mi sono proprio posto da un punto di vista di riflessione teorica. Si è sempre data importanza al momento della produzione del segno, per cui nelle biografie romanzate degli artisti, in tutta la mitologia riguardante l'arte, si è sempre enfatizzato il momento della creazione artistica. Credo di essere stato uno dei primi a capovolgere l'oggetto della riflessione: se è vero che la produzione di un segno richiede in qualche modo un lavoro, è anche vero che la decodificazione del segno e la sua comprensione richiede anch'essa un lavoro. Al giorno d'oggi ci sono un sacco di creatori di segni che pretendono attenzione. E quindi lo spettatore è chiamato con anni di anticipo a fare la propria parte di spettatore.
Perciò chi produce un segno, un'opera, deve avere anche l'umiltà di capire se quello che lui produce è tale da giustificargli l'attenzione da parte degli altri. D'altronde Freud diceva che l'umorismo nasce da un risparmio di energia. Cioè è una forma di comunicazione in cui, tra le altre cose, l'energia che si ricava accettando questa comunicazione è superiore a quella necessaria per produrla. La differenza tra l'energia suscitata e l'energia impiegata diventa piacere. Allora penso che anche l'opera d'arte non debba richiedere allo spettatore più energia di quella che fornisce. Quindi, il gratuito dell'arte è quando lo spettatore si trova in esborso di energia.
Io mi sono sempre posto il problema di gratificare chi mi dava ascolto, chi provava a capire quello che avevo fatto, gratificandolo, tra le altre cose, anche fisicamente. Per esempio, alla biennale del '72, l'attenzione per il mio lavoro veniva risarcita con la soddisfazione narcisistica di auto-esporsi: questo è un aspetto importante. In un'altra biennale, quella del 1993, io offrivo la possibilità a chi interagiva con il mio lavoro di sedersi al fresco, in una biennale caldissima, e di prendere un caffè. Non so quanti spettatori giungessero a questo grado di coscienza, però c'era da parte mia l'intenzione di risarcire lo spettatore con qualcosa che lo gratificasse, cosa che secondo me manca in maggior parte delle opere contemporanee.

Già che ha citato Freud, volevo richiamare la sua definizione di inconscio tecnologico relativo alla macchina, allo strumento, e vorrei porla in rapporto ad internet, facendo riferimento all'inconscio collettivo di cui parlava Jung. Si può cioè parlare di inconscio collettivo relativamente ad internet, uno strumento tecnologico che al contempo appartiene a tutta l'umanità che continuamente lo costruisce?

Il concetto di inconscio che uso non è ricavato né da Freud né da Jung, ma piuttosto da Levi-Strauss: è un qualcosa che funziona autonomamente dalla mente dell'uomo e che comunque è un mettere in forma, un qualcosa che dà forma a ciò che lo attraversa. Per esempio, l'uomo utilizza un linguaggio, però questo linguaggio ha una sua struttura che precede l'individuo e che successivamente dà forma all'inconscio individuale della singola persona.
La persona usa un linguaggio, ma è anche utilizzata dal linguaggio: bisogna vedere, e penso che ci sia un vasto campo di indagine, in che modo la Rete struttura, indipendentemente da chi la usa, ciò che la attraversa. Ed è probabile che la rete sogni, che la rete faccia convergere tutti questi apporti singoli all'interno di qualcosa di cui non siamo ancora pienamente coscienti.
Anche le armi hanno una specie di inconscio tecnologico, incorporano una sorta di volontà di potenza, di volontà di distruzione e soprattutto di azzeramento delle differenze. Per quanto riguarda la Rete, sarebbe molto interessante vedere a cosa tende nella sua complessità.

Rimanendo nell'ambito delle nuove tecnologie, lei è d'accordo con chi sostiene che il digitale limita la fantasia?

Il digitale ha reso molto più complesso un problema che attraverso la fotografia era diventato abbastanza semplice: quello del rapporto con il referente. Cioè, la grandezza e la miseria della fotografia era questa dipendenza dal referente. Quando il referente veniva imbrigliato dalla volontà artistica dell'autore all'interno di codici comunicativi troppo personalizzati oppure appartenenti alle convenzioni già accettate, la fotografia perdeva buona parte della sua dimensione di fotografia per diventare molto prossima alla pittura. Quando, per nobilitare la fotografia, la si irreggimentava attraverso canoni già esplorati dalla pittura e si faceva il cosiddetto pittorialismo, la fotografia perdeva il suo statuto di fotografia.
Adesso, attraverso il digitale, il rapporto con il referente è divenuto molto più complicato. Mentre con la fotografia era stato tutto enormemente semplificato, qui siamo ritornati in una situazione di complessità, che non limita la fantasia (anche se bisogna vedere cosa si intende per fantasia), ma può far naufragare il soggetto nell'arbitrario, nella fantasia libera da qualsiasi vincolo, ma soprattutto libera da qualsiasi necessità.
Se noi vogliamo far qualcosa che non sia arbitrario, dobbiamo tener conto che quello che facciamo deve avere una sua necessità, altrimenti l'arbitrarietà non interessa a nessuno. Al massimo possiamo pretendere l'attenzione dei familiari, rompendo loro le scatole come si faceva ai tempi delle diaboliche e interminabili proiezioni di diapositive...

E' interessante il fatto che lei abbia parlato di “complessità”, perché spesso al digitale si muovono le stesse critiche che la pittura faceva alla fotografia ai tempi della sua nascita, e cioè che renderebbe tutto più facile, che ognuno è capace di farne uso...

C'è un uso del digitale che è banale. Molti credono, siccome l'immagine si presta a giochi geometrico-temporali, di poter caricare un surplus di dimensione estetica di cui non si sa che farsene.
Secondo me la fantasia è la comprensione del reale, perché il reale è l'infinitamente predicabile: il reale è multidimensionale e noi possiamo parlarne all'infinito. Ma poter parlare all'infinito non significa poter dire qualsiasi cosa!
Siccome ho una formazione di tipo scientifico ho l'abitudine a ragionare in termini di problemi e di soluzioni. Ma tra le diverse soluzioni che possono venirmi in mente in relazione a un singolo problema, decido di elaborare quella che fornisce una risposta profonda anche dal punto di vista emotivo e che corrisponde a un determinato senso di necessità.

Penso che le sue soluzioni, come la necessità di mettere in primo piano il pubblico, di elidere la figura dell'artista, di gratificare lo spettatore, siano assolutamente attuali...

...devo dire che solo grazie a qualche giovane e in tempi recentissimi io ho la soddisfazione di sentirmi dire quello che mi hai detto tu: dapprima si era interpretato il mio lavoro come battuta di spirito!

Termina così lo scorcio piacevole di un pomeriggio apparentemente poco primaverile, durante il quale le nuove tecnologie hanno fatto capolino non solo nei discorsi, ma anche nel contesto del colloquio, attraverso lo squillo di un telefono.
Non essendo chiaro a chi stia suonando il cellulare, Franco Vaccari ricorda che: «Con il telefonino si è venuta a creare una nuova tipologia di intimità. Una volta si era a distanza di intimità quando si metteva a brontolare la pancia di qualcuno e non si sapeva se fosse la propria o quella del vicino. Oggi questo capita quando squilla un cellulare».
Scrivo le ultime righe, fa freddo per essere aprile. E' sera, ormai farà buio. Piove.



Nicolò Gianelli, 9/5/2008

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