Diario ruvido - Pagnotta


Giacca elegante. 
Ok, ha la maglietta sporca di sugo, ma la giacca lo distanzia da un normale accattone. 
Mi chiede venti centesimi per prendersi una birra. 
Glieli do. 
"Grazie" mi fa, col suo sorriso sdentato, "come posso sdebitarmi?". 
"Ma niente figurati, per venti centesimi". 
"To' del pane". Tira fuori una pagnotta da chissà dove e me la porge. 
"No grazie davvero, non voglio del pane". 
"Dai, tieni la pagnotta!" 
"Ma non la voglio!" Il tipo si incazza, sbatte la pagnotta nel cestino di una bici di chissà chi e se ne va inveendo contro di me. 
A questo punto interviene il messicano in canotta (giro con compagnie raffinate). 
"Tu ja sbagliato a fare asì. Fossi stato io avrei preso esta pagnota e l'avrei morsa davanti a lui". 
E mima il gesto mordendo l'aria con cattiveria. "Pensace la prosima volta, non fare lo stupido". 

 
Certe volte mi chiedo se il Grande Architetto ci riservi significati profondi e insegnamenti di vita anche nei più piccoli episodi quotidiani - in questo caso faccio fatica a scorgere quale cazzo di morale contenesse quella pagnotta - o se semplicemente abbia sparpagliato follia nel mondo, come briciole di pane che gli sono cascate in terra mentre Lui - Lui sì - stava mordendo voracemente il cosmo: morbide fette di senso racchiuse tra due strati di follia secca. Toh', ti è caduto un messicano.

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