Diario ruvido - Arte da marciapiede (articolo inedito)

 Di fronte a te c'è il quadro.
L'opera d'arte è al centro della scena, ma alla periferia del tuo sguardo compare un uomo di mezza età - sciarpa al collo, stivali lucidi. L'intimità è perduta - lo sconosciuto non ha alcun interesse nel dipinto: lui sta osservando te.
Degradato a cliente di un bordello dovrai rispettare tempi rigorosamente prestabiliti. Il fidanzamento è rotto e l'opera non è più solo tua, ma una puttana che dopo di te andrà con lui e dopo di lui con una fila interminabile di clienti. Non puoi più soffermarti su di lei, corteggiarla, conoscerla. Devi consumare il rapporto in qualche secondo, lasciare il posto privilegiato - frontale, due metri di distanza - a tutti gli altri e passare subito al dipinto successivo.
Quest’altro non ti piace, non come l'opera di cui ti eri innamorato. Ma devi comunque concedergli quel tempo prestabilito: chi ti segue potrebbe addirittura giudicarti incompetente. E allora fingi: fingi di essere colpito da un particolare, ti allontani, inclini la testa. Ti accodi alla danza rituale che va in scena in tutte le mostre d'arte. C'è una coreografia che detta il ritmo con cui vanno guardate le opere e anche tu, tu che sei venuto solo - senza compagni di ballo, devi rispettare i passi del bravo intenditore d'arte.
E' un ballo sfiancante. Terminata la visita devi sederti, rilassarti. Eppure l'arte dovrebbe essere quel periodo di tregua tra le battaglie della routine, un luogo sicuro immune al piombo della vita: lasciare le armi all'ingresso.
La mostra-bordello è come una casa chiusa piena di belle donne in cui l'avventore è costretto ad andare con tutte. Ma il peggior modo di valorizzare il bello è isolarlo dal brutto.
Osservare cento opere stupende una dopo l'altra è come guardare un concorso di bellezza. Una sfilata di ragazze che sono sì perfette, ma che in quel contesto perdono il dono della sorpresa e del risalto. Tanto che alla fine qualcuno avanzerà dei dubbi: "Ne conosco di più belle". E questo è tanto ovvio che se non avessimo il terrore di essere giudicati buzzurri senza gusto, usciti da un grande museo dovremmo avere la stessa reazione.
Come mai la ragazza che hai visto in quel locale fumoso lo scorso fine-settimana ti sembra più bella, anzi, più intrigante, affascinante di tutte le ragazze che sfilano su una passerella d'alta moda? Perché su quella passerella lì, in quel contesto lì, la bellezza è normale, di più: necessaria.
E' questo il principio per cui un quadro in una mostra d'arte è sprecato. L'opera svanisce nella massa di cento opere e soprattutto perde una delle qualità portanti dell'arte: quella di creare uno stacco dalla vita, un salto sulle brutture del mondo verso le vette della fantasia. E poco importa che il principio di "bello" sia stato messo in discussione dall'arte contemporanea: quello che conta è che le creazioni di un artista - per definizione - non sono realtà.
Perché la fantasia venga percepita in tutta la sua potenza bisogna calarla nel mondo, nella routine, tra i gesti quotidiani. Tutto ciò che una mostra non è.
Se la mostra-museo assume la fisionomia di un bordello dove le opere vanno tutte consumate da tutti in una sorta di frenetica orgia culturale, bisogna allora che l'arte torni sulle strade, nella notte e nei vizi del mondo reale - chiudere le case chiuse e riportare la prostituzione culturale sui marciapiedi.
Come veniva percepita un'opera di Michelangelo? Cosa pensava il popolo di un Raffaello? All'epoca le opere si trovavano nel luogo in funzione del quale erano state dipinte. Chiese, palazzi, cattedrali. E stagliandosi protagoniste sopra un altare acquistavano una potenza e un significato impensabile ora che le vediamo appese su una parete che ospita altre decine di dipinti. Lo stesso Duchamp quando piazzò il proprio "orinatoio" in una mostra doveva aver pensato a qualcosa che attirasse l'attenzione staccandosi prepotentemente da quella sequenza di quadri diventati anonimi ora che erano semplici disegni incorniciati tra tanti - un modo per scacciare la noia del "tutto insieme", tutto in fila, tutto uguale.
L'arte deve tornare tra la gente, nelle giornate lugubri e penose, deve scendere nel mondo reale e innalzarsi sui sigari e i fumi dell'alcool. E allora anche un quadro di arte figurativa ridiventerebbe motivo di interesse. Enoteche, pub, uffici - l'arte deve immergersi nel brulicare della vita per consentirci di evaderne.
Un comune lungimirante dovrebbe svuotare mostre e musei e sparpagliare le opere nei locali della città. Un turista sarà costretto a passeggiare tra tutti i vicoli del centro, entrare nei bar e nelle taverne, seguire la mappa delle opere-da-marciapiede che si sono riversate in paese, nei viottoli e nelle cantine.
Ogni espressione della creatività di un artista tornerebbe così ad essere ciò per cui è nata: una via di fuga, un violento contraltare del quotidiano, un sogno notturno generato dalle fatiche del giorno, il fumo informe sopra il fuoco della città.
E i musei? E le mostre? No, non scompariranno, ma assumeranno un ruolo diverso.
Una provocazione consapevole del mercato dell'arte attuale non può prescindere dal culto della personalità che ruota attorno alla figura del creativo.
In un mondo in cui il valore di un'opera non è più determinato dalla qualità dell'opera in sé, ma dalle decisioni dei mercanti d'arte che decidono arbitrariamente quali artisti sono "in" e quali "out", in una realtà in cui un'opera è grande solo per la firma che la accompagna, la firma di uno dei tanti che galleristi e critici hanno deciso di elevare sopra gli altri - in tale contesto dove è il creatore e non la creatura il motivo d'interesse, allora perché non andare fino in fondo ed estremizzare tale concetto?
Ora che le opere sono tornate nel mondo, tra la gente, bisogna avere il coraggio di cavalcare il mito dell'artista come principale valore di mercato e mettere lui, soltanto lui, al centro della mostra.
Un artista senza opere perché le opere sono lì dove devono stare, nelle strade. La mostra non mostrerà alcun risultato del lavoro dell'artista: vi dovete fidare, come avete sempre fatto. Lui è un grande artista, ve lo stiamo dicendo noi. Lui è la firma, l'unica cosa che vi deve importare. I quadri? Le sculture? A voi, che venite alla mostra perché avete letto quel nome famoso, non deve importare nulla.
Le mostre saranno più sincere, trasparenti. Ditelo: siete venuti qua per lui. Ed eccolo qui, il vostro feticcio, nudo - spoglio del suo operato. Mostre di soli artisti dunque. Luoghi d'incontro in cui quattro o cinque pittori mangiano e bevono con voi. Le mostre diventeranno simili ai pub, ora che i pub sono diventati simili alle mostre.
Salotti in cui chiacchierare, scambiare opinioni, confrontarsi col nome di grido.
Perché l'artista, lui sì, può essere consumato al pari di una prostituta. Le case chiuse dell'arte non mercificheranno più la fantasia, l'opera nobile del creativo, ma il creativo stesso. Diventa allora accettabile il paragone coi bordelli: il tempo prestabilito da dedicare all'artista, quell'artista che è di tutti, mio e tuo, la prostituzione messa in vetrina, nel gioco del mercato dell'arte che finalmente si palesa.
Quel signore di mezza età - sciarpa al collo, stivali lucidi - che prima infastidiva la mia percezione di un dipinto, ora sbuffa perché il mio tempo con l'artista è terminato e adesso tocca a lui. E stavolta glielo concedo volentieri. Esco dalla mostra-bordello degli artisti e scendo nelle strade a consumare un'opera che finalmente sarà mia per una serata, una notte intera.

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