Diario ruvido - Buttafuori

Avvicino la punta dello stivale per spegnere il mozzicone, ma il piede si ferma a mezz'aria per poi subire un rinculo all'indietro.
Due buttafuori mi prendono per le ascelle trascinandomi a peso morto, con gli speroni che cigolano sulla pista lasciando una traccia a zig-zag. E solo adesso realizzo come mi sono vestito.

Nel percorso mi scorrono davanti le facce della pista. In mezzo a loro Paolo e Vera, con le lattine di Finkbrau gelate. Vorrei indicarli ai gorilla per dire “Ehy, quei due si son portati l'alcool da casa, prendeteli”, ma decido di godermi la gloria del fuorilegge in solitario.
“Cosa TUM TUM credevi di fare?” ruggisce un buttafuori sovrastando le maximaximaxi-onde delle casse.
“Ho solo TUM TUM fumato TUM TUM una sigaretta” rispondo spalle al muro.
“Non si può TURU-PAPA-TUM fumare” incalza l'altro buttafuori durante una rarissima variazione del pezzo.
“Scusatemi SU LE MANI! non lo faccio più” chiudo con espressione falsamente innocente e volutamente irritante.
Quello col tribale in faccia si sfila teatralmente il guanto in pelle e mi pianta l'indice sul petto, trovando un buco tra le costole. Il dito non è un dito, ma una protesi robotica a forma di mitragliatrice.
“Attento TUM TUM TUM TUM ti teniamo d'occhio TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM”.
Si piazzano di sbieco, restando aperti come le ante di un enorme portone medievale. Passo in mezzo, rituffandomi nelle giga-onde-superpiù sonore che adesso fanno i cavalloni.

“Cazzo avevano”, chiede Paolo.
“Fumavo”.
“Sto posto è una noia, agitiamo le acque”.
L'ultima lattina di Finkbrau conteneva il tesoro della sbronza definitiva e Vera è più ubriaca di noi.
“Facciamolo saltare sto posto del cazzo”.
Da lì comincia la ricerca del pretesto, quell'azione definitiva che ci farà sbattere fuori. Il posto fa talmente schifo che non vale pena andarcene con le nostre gambe. Meritiamo il biglietto d'espatrio, un bel timbro che ci etichetti come persone non gradite.

Andiamo a sederci a un tavolo e Paolo si lamenta che è tutto pieno di vuoti. Prima ancora di finire la frase molla un pugno secco e diretto a un calice, frantumandolo in tanti coriandoli di vetro. Guarda la mano, sangue.
Bella soluzione Paolo. Così ci cacceranno di sicuro. Io non ci avevo pensato.
Paolo sa sempre cosa fare. Nel flipper delle cose pratiche detiene il record mondiale.
E' fisicamente impossibile riempire le buste della spesa prima che i prodotti del cliente successivo si sovrappongano ai tuoi. Lui ci riesce.
E' fisicamente impossibile pagare un gelato quando ti hanno già dato il gelato in mano senza immerdare la tua mano o il portafoglio. Lui ci riesce.
E' fisicamente impossibile reggere tutte le canne che fuma lui. Ma lui è Paolo.

Un gorilla viene da noi e ci chiede, con una gentilezza assurda, cosa sia successo. Gli dico che la madre del mio amico è malata di cancro e un tizio ha fatto una battuta su di lei. Non se la prenda col mio amico, è molto giù.
Il bisonte beve tutto e va da uno a caso che gli ho indicato, uno che beve tutto anche lui, ubriaco quanto noi. Ci godiamo la scena, con quello che sbraita verso il gigante e più cerca di divincolarsi più il buttafuori si incazza.
Dico che così non funziona e mia cugina è già lì che butta un altro bicchiere per terra, gridando a uno stralunato ragazzetto di smettere di toccarle le cosce. Finisce che il gesto attira soltanto l'attenzione della morosa di questo, coi due che litigano animatamente e nessun buttafuori all'orizzonte. La ragazzina si trasforma in un'Idra a tre teste e sbrana il moroso, ma questa è un'altra storia.

Infine eccomi là, sull'enorme palco luminoso, un cono d'ombra sopra una piattaforma di luce bianca. Ho capito che l'unica cosa che li disturba davvero è il fumo, così mi sono acceso una sigaretta nel punto più in vista, sotto la luce di riflettori.
Beate sigarette, che mondo sarebbe senza di voi? Bocche che esalano solo fiato e parole. La puzza delle parole, il rumore del fiato. E invece possiamo sputare anche un po' di fumo, come i draghi. Vi risparmio le mie parole pesanti, vi risparmio la monotonia del mio alito, che dice sempre lo stesso silenzio. Prendetevi il drago.
Ci dicono che il petrolio durerà ancora per 50 anni, che il gas ne durerà altri 100 e cose simili. Informateci sui vizi. Tra vent'anni finiranno le sigarette. Ragazzi, ancora sessant'anni e avremo esaurito l'alcool. Sentite, ci sono rimasti trent'anni di caffé. Ci saranno l'ultima sigaretta del mondo, l'ultimo cicchetto del mondo, l'ultimo caffé del mondo. Chissà quando, ma ci saranno. E io voglio essere vivo. Voglio essere io a tenere QUELLA sigaretta tra le mani. Manderò una nuvola di fumo in faccia alla telecamera. "Andate a letto ragazzi, lo spettacolo è finito".

Due gargoyle vengono ai piedi del palco, sulle loro teste è impressa la sagoma enorme della sigaretta, una ciminiera proiettata sul soffitto di perla.
“Scendi stronzo!” abbaia il primo.
“Sì, scendi stronzo”, si limita a ripetere l'altro, a corto di ingiurie. Due cavalieri armati di spada da conficcare nei polmoni del drago.
Non obietto nulla, vengo giù e sollevo le braccia per agevolare la presa dei carri attrezzi.
Di nuovo mi trascinano per tutta la pista e mi sento un beato condotto in cielo dagli angeli.
Nel frattempo continuo a fumare. Come diceva Hunter J. Thompson, scrittore patito di armi e droghe, non bisogna mai commettere l'errore di mostrarsi sottomessi alle autorità. Ti odierebbero ancora di più. Fagliela sudare, la loro vittoria.
Lavorando in biblioteca ho capito che gli scrittori che funzionano sono quelli con la vita inceppata. Gli ingranaggi delle parole funzionano meglio quando si incagliano quelli della vita. Se la vita s'incaglia parte il cervello. Perché l'animo umano deve viaggiare in qualche modo e quando trova gli scogli a interromperne la navigazione, libera la mongolfiera e si perde tra le nuvole.
Ringrazio il Premio Strega che tutti gli anni mi dà ottimi suggerimenti su cosa non leggere.

Stavolta i buttafuori non mi portano al muro, ma nell'ufficio del boss. Il boss è un uomo grasso coi baffi argentati. Siede a una scrivania che emana una fluorescenza rosa. Alle pareti ci sono quadri di San Francesco e vagine di gomma. Vengo spinto sulla sedia davanti a lui, continuo a fumare.
“Che ha fatto questo qua?”, domanda il boss. La domanda è retorica dato che sto appunto fumando una sigaretta.
“Continua a fumare”, dice il buttafuori col tribale in faccia. Ha il tono incerto, sente puzza di domanda trabocchetto.
Vedo un portacenere sulla scrivania e lo avvicino. E' doppio, due circonferenze che formano grosse tette senza capezzoli.
“Fumava sul palco”, prosegue l'altro buttafuori.
Il boss scoppia a ridere, apre un cassetto, prende un sigaro d'argento, come i suoi baffi.
Spengo la sigaretta. Ricaccio le tettone di porcellana verso il boss e quello fa un gesto ai buttafuori, come per dire andate pure, ci penso io.
“Prendi un sigaro, fuma questo”.
Mi sta davvero offrendo un sigaro, proprio come il preside mi offriva le caramelle ogni volta che facevo il cattivo. Rifiuto perché accettare significherebbe parlare ancora con lui, dargli una confidenza che mi annoierebbe a morte. Quello fa un gesto, che significa peggio per te e si mette due occhialoni a forma di culo, così mi vede filtrato da due chiappe. Capisco che posso andare.
Scappando dall'ufficio, vengo urtato da un ragazzino. Quello stava semplicemente uscendo dal locale, ma interpreto la spallata come un gesto di sfida. Senza nemmeno voltarmi, caccio uno spintone al tizio che finisce contro un muro. Quello si mette a sbraitare e intervengono i buttafuori. Gli crivellano la testa con una raffica di piombo. TUM TUM TUM TUM TUM TUM – sei colpi a tempo di musica.

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